di Claudia Cappellini

PISTOIA. Una pozza d’acqua che ristagna, orrenda pinzillacchera spaurita, mi accoglie sulla porta consumata di una stanza in affitto e seminterrata. Mi metto anche a far le rime, penso tra me. Apro la porta, superando con la scarpa la pozzanghera, e accendo la luce a destra del mio spazio. È un sotterraneo, non c’è che dire. Basso il soffitto, alte le fessure finestrine, buio o, come diceva il cartello in agenzia, parzialmente illuminato. È un seminterrato. La paura che mi assale passa alla svelta. Conto i soldi, enumero i bisogni nella testa, faccio un giro per la stanza ancora parzialmente illuminata e decido di restare. Porto con me poche cose. No, la valigia sul letto no. La metto e la apro su una sedia. Prendo gli oggetti uno a uno. Un sacchetto con svariate conchiglie ripulite. Un pezzo di boa con corda attaccata. Sugheri. Anch’essi svariati. Una salvagente sgonfiato e arancione. Una cerata, tela impermeabile, contro l’umidità. Bottoni da camicia. Una camicia. Un paio di scarpe nuove. Fine del bagaglio. Li ho messi, uno a uno mentre li prendevo, su un mobile basso che li ha accolti con ampiezza di superficie. Mi tolgo le scarpe e mi distendo sul letto davanti al mobile basso. Ripenso a ieri, a ieri l’altro, ai giorni passati, ai mesi, agli anni passati. Ripenso alla barca che oggi nessuno bagnerà, che nessuno bagnerà domani.