di Fabrizio Pucci

LIVORNO. C’è silenzio attorno me. Viene rotto solo dalle voci dei vicini. Livorno, città casinista e indisciplinata, da giorni sta faticosamente tentando di virare su una modalità composta, dignitosamente sofferente. Sì, perché questo film dell’orrore nel quale tutti siamo - nostro malgrado - protagonisti, trova nelle sue prime scene l’assunto di base: l’accettazione della sofferenza prodotta dalla pandemia. Sofferenza fisica per quanti sono contagiati. Sofferenza psicologica per tutti gli altri, carcerati nelle proprie abitazioni senza una valida o logica alternativa. C’è silenzio attorno a me. E ci sono i pensieri. Forse aveva proprio ragione Vico. La sua visione ciclica della storia è corretta. Cento anni dopo – o giù di lì – l’influenza spagnola, ecco una nuova pandemia. Una specie di peste che ha sbattuto noi – webgenerazione per eccellenza – indietro di quattro secoli tra nuovi untori, monatti e uno spazio purtroppo limitatissimo per la pietas umana.