di Olimpia Capitano

FIRENZE. Αξτω, Axto, Ne vale la pena. Una parola, una titolatura e la sua trasposizione multilinguistica (in scena al Cantiere Florida di Firenze venerdì 14 e sabato 15 febbraio) nascondono una locuzione frasale ben celata; essa oscilla tra l’affermazione e l’autoriflessione, si muove tra asserzione e domanda, assieme a corpi e voci che ti conducono attraverso uno e mille temi. Danza, musica e prosa si incontrano in un’unica rappresentazione per aiutarci a sviscerare una pena che è condizione umana, che si trascina dall’origine dell’essere uomo e che si riattualizza nelle forme della contemporaneità. Si tratta dalla pena che deriva dalle più intime relazioni umane, da un’interazione e confronto che, volenti o nolenti, ti conducono dalla nascita alla morte, un po’ trascinandoti per mano, un po’ strattonandoti furiosamente e alimentando nel dolore lontananza e incomprensione. È la famiglia. È il nucleo originario, primordiale, ciò che ti dà e depriva; linfa e alcova, ma anche veleno e galera. È una e sono mille pene: è la pena dell’essere nati; dell’animale sociale immerso in una caoticità emotiva e psicologica, in un disequilibrio che è umanità e fragilità; della difficolta relazionale e della costante sensazione di incomprensione, come fosse impossibile trovare qualcuno con cui sciogliere i propri nodi e condividere se, anche nell’ambiente idealmente più intimo, la tua casa.