PRATO. L’eternità di certe idee è un’arma a doppio taglio, soprattutto quando si è in vena di rileggerle. Valter Malosti, però, nella circostanza specifica, prodotta dal TPE, Carcano e Lugano in scena, quella de Il misantropo (al Fabbricone di Prato fino a domenica 16 febbraio), decontestualizza, prudentemente e intelligentemente, Molière e trasporta ai giorni nostri la crisi esistenziale e nichilista, pura e corrotta, intransigente e incline ai più aberranti compromessi amorosi, di Alceste (in versione Harvey Keitel, quella di Pulp Fiction). La scenografia è un semplice ring, senza corde, o una piattaforma di una discoteca, nella quale e dalla quale si può entrare e uscire in libertà e ai cui lati ci sono otto sedie, sulle quali siedono rispettivamente i protagonisti della rappresentazione, anni ’70, stile juke-box, in attesa della canzone che li convinca e li spinga a salire in pista. Da una parte, accanto al protagonista, il misantropico regista, le sue tre donne: Célimène (Anna Della Rosa), Arsinoé (Sara Bertelà) ed Eliante (Roberta Lanave);