di Stefania Sinisi

LASTRA A SIGNA (FI). Proprio un anno fa, Mario Perrotta fu una sorprendente illuminazione, proprio in questo stesso teatro, il Teatro delle Arti, sul palco nero, obliquo, con tre statue di ferro alle spalle. Mostrò, con una semplicità spiazzante - citando un altro aspetto fondamentale del teatro: il segreto della luce, che sta nei bui che riesce a creare - portando in scena Nel nome del padre, tre padri appunto, ma anche tre figli e tre madri, illuminati nella penombra; tre famiglie comuni dove ognuno si contrappone a se stesso a specchio, svelandosi a poco a poco nella propria identità, riflettendo sensibilmente le nostre fragilità, di padri, madri, figli. Figli estranei e indecifrabili, apparentemente assenti che compaiono energicamente solo grazie a un gioco sottilissimo fatto di parole, di concetti, invisibili fisicamente, ma potentemente presenti e problematicamente risolutori, ignari guaritori di drammi irrisolti e nascosti, vissuti prima da figli e poi da padri.