
FIRENZE. Conosce perfettamente il teatro, Valerio Binasco, per non parlare della Commedia; dell’Arte in particolar modo, tanto da provare e riuscire a trasformarla in quella italiana, che ci appartiene così tanto chimicamente e culturalmente, prima che geograficamente. E poi, i suoi polli, soprattutto. Per questo ad Arlecchino servitore di due padroni, monumentale opera goldoniana alla Pergola di Firenze fino a domenica 26 gennaio, occorreva un battitore libero poco sgargiante e ancor meno cromatizzato; grigio, oseremmo dire, tragicomico e pretesto, ma non fulcro, dell’intera messinscena. Allora, eccolo il soggetto che sposa esemplarmente la causa: Natalino Balasso, un disperato doppiogiochista, per necessità, non per virtù biochimica, che non saltella sinuosamente sul palco, ma si muove goffamente, che non ha maschere, ma solo la sua faccia, che è molto di più e che non attira a sé la Commedia, ma la ripartisce, in parti uguali, con tutti i comprimari. Che sono giovani, bravi, simpatici e armonici, questi ultimi. Certo, ci vuole una vecchia volpe, a coordinare la scena;