FIRENZE. Dategli spazio, ma non dategli ordini; dategli tempo, ma non ditegli quanto ci dovrà mettere; concedetegli musica e colori, ma non ordinategli i canti e i balli; dategli i teatri, ma non chiedetegli cosa vorrà rappresentare. Filippo Timi è questo: Skianto, ma anche tanto altro, senza capo, né coda; prendere o lasciare. Noi ce lo prendiamo; ce lo siamo presi e ce lo continueremo a prendere, così, sempre, perché il nostro bisogno di andare a teatro coincide, letteralmente, con la sua necessità di farlo. Con lui succede esattamente quello che desideriamo accada: tutto, nulla, da dentro, dalle viscere, da una scatola, probabilmente vuota, per uscire fuori, esplodendo, come un carico spropositato di dinamite fatto brillare al passaggio di una lunga carovana, sulla quale è trascinato il bestiario più rappresentativo dell’umanità. In particolare gli ultimi, disabili compresi, anzi; soprattutto i disabili. Come la cugina, sua cugina, cerebrolesa, alla quale ha voluto dare per poco più di un’ora la possibilità immaginifica, ma necessaria, di parlare.