FIRENZE. Non basta conoscere William Shakespeare, le sue opere, la loro cronologia e sapere che La tempesta sia la sua fiaba del congedo dalla storia e l’automatica immissione nella leggenda. Nella Tempesta occorre cascarci dentro, perdercisi e poi risalire a pelo d’acqua e ripreso l’ossigeno dispensato nella lunga apnea, provare a capire. E anche allora, non è detto che tutto si disveli. Dopo aver visto la trasposizione teatrale alla Pergola, a Firenze (si replica stasera, domani e domenica 8 dicembre), i collegamenti tra la vita e la morte, il passato e il futuro, la sopravvivenza storica, redentiva, aumentano, paradossalmente, l’ingarbugliamento morale tessuto dalle semirette tracciate dal drammaturgo inglese, che si fa Prospero (un magistrale Renato Carpentieri) e ordisce, su quest’isola sperduta del Mediterraneo (sempre di moda, anche prima dell’esodo biblico in atto), la Tempesta chiarificatrice, quella che consegnerà a Miranda, la figlia (Giulia Andò), che aspetta con lo spiritello Ariel e lo schiavo Calibano (rispettivamente Filippo Luna e Vincenzo Pirrotta) le chiavi del futuro, costellato dall’amore, chimico e immediato,