
FIRENZE. Il continuo mulinare delle mani, che cadenza il dolore, divide a scompartimenti stagni la memoria, cronicizza la storia. Mentre a Lampedusa, proveniente dalle coste africane, è in arrivo un altro barcone con a bordo disperazioni inimmaginabili e inquantificabili, lo zio Peppe, suo zio, muore in Continente, vinto dal cancro. L’abisso si muove tra queste due estremità, che Davide Enia raccoglie con poesia su un palcoscenico (in questo caso quello del Cantiere Florida, a Firenze) illuminato a malapena, in compagnia di un indispensabile strumentista, Giulio Brocchieri, che accompagna, da tempo, i mimi del pupo palermitano per poi decidere di prendere il sopravvento quando il dolore assume i contorni di qualcosa che non si può raccontare, ma solo perché non si riesce a farlo. Lo spettacolo prende vita dal successo raccolto dall’attore con la pubblicazione del libro Appunti per un naufragio, dove racconta le stesse cose, quelle che si susseguono sull’isola delle sepolture anonime, ormai da un ventennio, la frontiera dell’umanità, da quando di là dal mare ad alcuni acuti dittatori sono succeduti macellai senza scrupoli che hanno fatto la fortuna e la felicità, in attesa, sull’altra sponda del Mediterraneo, di qua dal mare, di demagoghi e criminali abilmente organizzati.