
FIRENZE. È vero: con Michele Santeramo, l’integrità cronistica che ci distingue, la nostra inflessibilità ad personam, il nostro manicheismo che non ammette eccezioni, per magia, si dissolvono e si trasformano in un unico straordinario blocco emotivo. Quando sul palco c’è Michele Santeramo noi diventiamo patetici ultrà e finiamo per non scorgere mai nulla che non sia magnifico, proprio come i supporters calcistici che si stipano nelle curve fanno con i loro beniamini. Ma la colpa è sua, beninteso, perché ogni volta noi vorremmo pure non lasciarci suggestionare dalle sue affascinanti affabulazioni e rimanere neutrali, come torri che non si muovono a sì spirar di vento, ma non ce la facciamo. Michele Santeramo va, puntualmente e sistematicamente, oltre ogni ragionevole e pertinente (pre)giudizio e finisce per abbindolarci, con la nostra totale e inerme complicità. Storia d’amore e di calcio, sul palco rovesciato del Teatro di Rifredi, che con questa rappresentazione (si replica fino a sabato 27 aprile) chiude la stagione di prosa, è un’altra storia minima, ignobile e dimenticata, che somiglia quelle minori delle quali il mattatore si ciba da sempre.