PRATO. La bellezza dei gesti, delle parole, delle emozioni, della fisicità come ariete dissacratore, uniti a scritti, datati, anche se privi della certezza del mittente, trasformano questi Sonetti shakespeariani (al Fabbricone di Prato, con repliche stasera, alle 19,30 e domani, 17 febbraio, alle 15,45) in un meraviglioso girone dantesco, dove la lussuria si impadronisce dell’amore e la morte si burla della vita. Ma si può trascendere l’autore, che non ne avrà a male, visto che lo sapeva in vita, di non avere tempo e tempi, e concentrarci sulla figura del regista/poeta/narratore/buffone, Valter Malosti, che è un uomo ferito a morte dal suo tempo e dall’inesorabile vortice cronologico con ancora il diritto/dovere di dare sfogo alle proprie passioni, al canto del suo cuore, alla vibrazione del proprio piacere, alla cura della sua agonia, trasversali, ridicole, goffe, omosessuali, a tratti incestuose, ma sinceramente sublimi, epiche, difficili da non ascoltare, arduo resisterne alla seduzione, impossibili da non annoverare tra quelle cose che il teatro non può prescindere.