di Alessandra Pagliai

FIRENZE. L'incommensurabile opera I fratelli Karamazov, nella versione teatrale della Compagnia Mauri-Sturno, per la regia e la riduzione di Matteo Tarasco, al Teatro della Pergola di Firenze fino a domenica 3 febbraio (20,45 feriali; 15,45 domenica), è riuscita a metà. I Fratelli Karamazov, testamento di Fëdor Dostoevskij, ultimato pochi mesi prima di morire, da sempre considerato un capolavoro universale, amalgama di conflitti familiari, infelicità e morte, sangue e redenzione, permeato da interrogativi e certezze sull'esistenza di Dio, fin dal primo sguardo fa tremare i polsi. Dostoevskij penetra nelle vene e nel cervello di ciascuno come in quei 21 grammi chiamati anima, lo fa con un tema che non ha limiti di tempo e di spazio: la famiglia. Un padre ruvido, egoista, incapace d'amore, vittima e carnefice, la sua uccisione. Un parricidio per mano di quei fratelli tutti responsabili, ciascuno per un motivo più o meno manifesto, compreso il giovane e buon seminarista Alëša, il più piccolo dei fratelli, timorato di Dio. In quanto cristiano, porta sulle spalle la responsabilità di non aver saputo fermare tanto odio.