
PRATO. Anche Luca Cottone, quando gli chiedevano come stesse, lui rispondeva sempre: male, non sono mica scemo. Ma erano altri tempi, qualche generazione fa. Oggi è diverso; è tutto più tremendamente facile, anche se tutto è più maledettamente difficile che succeda, soprattutto la felicità. L’unica cosa che è rimasta la stessa, è il malessere, quello che di vivere a volte si è incontrato e si incontra sempre più frequentemente, quasi tutti i giorni. Soprattutto in rete. Sì, perché questa è la generazione informatica, dislessica, ma telematica e prima o poi, durante la giornata, un salto in piazza lo fanno tutti. E qui, siamo onesti, nani e ballerine, spiantati e cocainomani, intellettuali e cubiste, atleti e claudicanti, sono tutti affratellati da un unico senso di desolazione, che è il malessere; della solitudine. Riccardo Goretti, Stefano Cenci e Lorenzo Colapesce Urciullo, guidati da un ex Omino ad origine controllata, hanno centrato in pieno il nichilismo ossessivo generazionale, mettendo in scena Stanno tutti male, che proprio in questi giorni (fino a domenica 3 febbraio, con due repliche straordinarie) sarà al Fabbrichino di Prato in prima nazionale, a tastare con mano la vis attoriale del teatro contemporaneo.