PRATO. Molière, probabilmente, era davvero lungimirante o il genere umano, il mondo e le sue varie sfaccettature esistenziali, da lì in poi, di progressi, ne han fatti davvero pochi. Dove alberghi la ragione, poco importa, ma ci è parso necessario fare questo piccolo incipit per iniziare a raccontarvi Il misantropo, opera anomala del drammaturgo francese prodotto da Elsinor Centro di produzione teatrale, tradotto da Cesare Garboli, riadattato dalla regista/pianista Monica Conti e che sarà replicato ancora due giorni al Fabbricone di Prato. Il rigore morale di Alceste (Roberto Trifirò) è noto, così come la sua ostinata intransigenza – che lo condurrà alla misantropia - nel non sottomettersi, mai, ad alcun compromesso. A patto che a chiedere eccezioni non sia l’amore, o meglio, il desiderio, che si incarna nella bella Celimène (Flaminia Cuzzoli), che nonostante possegga, o sia posseduta, da tutti i detestabili vezzi e vizi della società, esercita, universalmente, quell’attrazione fatale, che coinvolge intorno alle sue gonnelle (e ai suoi commoventi polpacci) tanto gli intellettuali che gli stolti borghesucci.