FIRENZE. La velocità con la quale si muove, da qualche tempo, l’umanità tutta, almeno quella connessa alle piattaforme sociali, è tale e tanta che non consente riflessioni; si sopravvive, correndo a perdifiato, su una lamina affilatissima, sottesa tra due strapiombi: da una parte l'inferno, dall’altra, il paradiso. Difficilissimo restare a lungo in equilibrio; l’importante è cadere dalla parte dove ci si fa meno male. Con Il Principio di Archimede, la teoria supposta, non sembra avere molta relazione, ma Josep Maria Mirò, autore del testo, tradotto da Angelo Savelli (che firma la regia) e Josep Anton Codina e sul palco del Teatro di Rifredi fino al prossimo 25 febbraio, è intorno a questi pregiudizi e a queste violenze che sembra voler indagare. Il matematico siciliano, oltre duemila anni fa, quando postulò il proprio principio, così straordinario da prendere il suo nome, non voleva, probabilmente, relazionarsi con gli effetti collaterali di una società allo sbando, delegittimata, violentissima, ma è proprio intorno alla teoria che - ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato - si muove lo spettacolo.