PRATO. Da qualche tempo si chiama ludopatia e i suoi pazienti virtualmente convinti di voler guarire (la stragrande maggioranza sono quelli che non ne vogliono sapere, comunque, e dilapidano fortune, o anche solo la pensione) riempiono i centri di recupero. Ma la malattia del gioco è morbo antico e già nel 1866, Fedor Dostoewskji, anche lui vittima dell’adrenalina delle scommesse, cercò di guarire da quella dipendenza stendendo, in poco meno di un mese, uno dei suoi capolavori, Il giocatore appunto, che Gabriele Russo, grazie alla lettura e riadattamento operate da Vitaliano Trevisan, ha portato in scena (al Fabbricone di Prato), affidandosi ad un’équipe attoriale particolarmente oliata e bravissima a darsi il cambio alla testa della corsa a eliminazione per tenere puntualmente il cronometro e la suspence all’altezza dell’inesorabile incedere della clessidra, che ha suonato il gong dell’inizio della rappresentazione e non ha concesso nemmeno un attimo di replica, se non per gli applausi, subito dopo il travaso dell’ultimo granello di sabbia da un’ampolla all’altra.