di Luigi Scardigli

PRATO. Per molti, è un’ossessione, un disagio incolmabile; per lui, la liberazione dell’indefinito, l’opportunità di scrittura, l’esaltazione della spiritualità. Lui, è Roberto Latini e l’opera, infinita, nel senso letterale del termine, è I giganti della montagna, iniziata e mai conclusa da Luigi Pirandello, di cui ve ne parliamo a stento, con parecchie difficoltà, nostre, ma solo e soltanto per il senso del pudore che ci ha assalito non appena è calato il sipario sul Metastasio di Prato (si replica da stasera fino a domenica pomeriggio, 11 gennaio) e abbiamo capito che non ci saremmo potuti sottrarre dalla gioia, onerosissima, di recensirlo. Ci proviamo, ma siate clementi se non riusciremo lontanamente a portarvi sul limitare della follia, della poesia, dell’assurdo, della morte e della resurrezione così come ha invece saputo fare Roberto Latini entrando e uscendo da tutti i numerosi personaggi, ben più di sei, che popolano l’ultimo capolavoro di Pirandello, inarcandosi su se stesso fino a decidere di farsi morire sul limitare dell’asse del trampolino dal quale, per paura, preferirà non gettarsi, senza comunque sottrarsi dall’inevitabile epilogo.