AGLIANA (PT). Ugo Chiti, il regista, nelle sue note, fa sapere che in questa rilettura de L’avaro, la figura di Arpagone è sì centrale, ma non solo per la sua tragicomica, asfissiante e penosa nota avarizia, quanto per la sua irritante, commovente, detestabile e altrettanto conosciuta miseria umana, che sfocia nella solitudine più assordante, che il vecchio bisbetico riesce a costruirsi in modo del tutto inattaccabile nel giro di una sola giornata, quella nella quale si consumano i cinque atti della commedia di Molière e che Alessandro Benvenuti e il cast al suo seguito hanno riassunto e condensato in due, andando in scena, ieri sera, 3 gennaio, al Teatro Moderno di Agliana. Lungi da noi voler sottrarre alla leggenda la sempiterna vicenda, ideata e scritta quattro secoli or sono, del nobile ricchissimo e avarissimo Arpagone, delle sue naturali vittime designate, i due figli e del concatenarsi degli accadimenti che si consumano, nel giro di 24 ore, nella sua modesta, spoglia, misera e triste villa.