
PRATO. Una divertentissima ragnatela di ipocrisie, crudeltà, cinismi, un quadretto familiare di rara cattiveria e di tassonomico riferimento brechtiano. Anzi, un ring, dove sono ammessi anche i colpi bassi, in alcuni casi, dove non vince nessuno, se non il male di vivere, che tutti noi, mariti e mogli, inesorabilmente, incontriamo. Play Strindberg (rielaborazione della Danza macabra di August Strindberg, di Friedrich Durrenmatt, affidata alla regia di Franco Però, al Fabbricone di Prato fino a domenica 17 dicembre), è, oltre che un graditissimo esercizio teatrale per tre vecchi marpioni (si aggirano attorno ai sessanta, vecchi è in corsivo, eh) che conoscono perfettamente il proprio lavoro, una disputa senza tempo, un miserabile affresco della falsità matrimoniale che riesce a trascinarsi dietro, con estrema leggerezza, tutto il peso incombente e devastante dei sotterfugi che ognuno di noi calibra e gioca a proprio piacimento, collassi compresi.