di Luigi Scardigli

FIRENZE. Siamo onesti: a Geppetto, in modo così ostinato e centrale, non ci aveva mai pensato nessuno, nemmeno Carlo Lorenzini, soprattutto perché la figura di Pinocchio è già, di per se’, abbastanza ingombrante. Ma che Geppetto poi potesse essere uno dei due genitori e che l’altro potesse essere, anche lui, un Geppetto, occorreva vivere, in prima persona, la problematica della famiglia dalla prospettiva gay. Altrimenti, si sarebbe continuato a dimenarci sulle fallacità del naso che si allunga, sulla meraviglia della procreazione e si sarebbe infittito il mistero dell’ambiguo e peccaminoso ruolo della Fatina. Tindaro Granata, invece, ha voluto approfittare di una delle favole più famose per ragazzi e poggiare l’attenzione intorno al papà, anzi, ai papà, perché Pinocchio/Matteo, di papà, non ha solo il leggendario falegname/veterinario/Luca, ma anche l’altro, Tony. Ironia della sorte, poi, ha anche voluto che la coppia omosessuale fosse del Sud, del profondo Sud e che dovesse faticare parecchio, per riuscire ad affrancarsi da tutti gli stereotipi per far sì che il loro amore e i loro diritti genitoriali venissero accettati.