di Alla Munchenbach

FIRENZE. Perfetto, sospeso, come un soffio di vita, essenziale, un concentrato di zen teatrale. Peter Brook va oltre il concetto di teatro come rappresentazione. Con lui il teatro è uno spazio partecipato in cui la narrazione prende vita come un soffio appunto, come una creazione divina, una liturgia del gesto e della parola. Nulla è fuori posto, nessun eccesso prende il sopravvento, tutto è dosato e calibrato come in un rituale sacro. La scena di Battlefield è rosso pompeiano e appare allestita con pochissimi oggetti. Un accampamento dopo una battaglia, con un accenno a una palizzata sul fondo; lo spazio è complessivamente spoglio, quasi nudo. Quel necessario spazio vuoto a cui gli attori con le parole, con i gesti precisi e affilati e con la maestria con cui dispongono del proprio corpo, danno spessore rendendolo vivo e vibrante. Quattro interpreti, tre di origine africana e un irlandese: Carole Karemera, Jared McNeill, Ery Nzaramba, Sean O’Callaghan, incarnano ruoli diversi tra guizzi comici e intensa concentrazione drammatica, mentre le azioni e le parole sono distillate in un minimalismo straordinario.