di Luigi Scardigli

PRATO. Peccato che i suoi buoni propositi li voglia anche spiegare. Se tacesse i proclami, sarebbe perfetto. Ma una stanza nel palazzo del rock and roll, qualora dovessero costruirlo, sarebbe sicuramente sua, già in fase di progettazione, con tanto di targhetta sulla porta: Piero Pelù. È un rocker, il cantautore fiorentino, e lo sa fare, alla perfezione, senza se e senza ma, anche se ora la chioma, che resta incredibilmente fluente, si è un po' imbiancata. È un rocker anche fuori dal palco, così rocker che oltre a sposare attivamente le cause della sofferenza globale, che sono poi quelle che ti suggeriscono l’arte, ci si immedesima forse con eccessiva strategia, con quel timbro di voce da straniero posticcio. È nato per cantare il rock, Piero Pelù e quelli che ieri sera, a Prato, in piazza del Duomo, hanno sfidato le incerte condizioni atmosferiche, rese malvage da un freddo improvviso, ne hanno avuto la giusta ennesima riconferma. Ennesima, sì, perché la prima fila, quella appoggiata alle transenne, quella che vuole esserci fino in fondo ai suoi concerti, fino a dentro, era popolata da una comitiva di ragazze e giovanotti della provincia di Varese, con tutti i talismani de el diablo al seguito, reggiseni compresi, accuratamente legati al ferro dell’invalicabilità degli spettatori e pronti per essere lanciati a Regina di cuori; né prima, né dopo.