di Luigi Scardigli

SI HA CONTINUAMENTE l’impressione di averla già sentita. Altrove, però. La voce è rischiosissima, da pelle d’oca; il corpo sfugge alle telecamere, il viso distrae, meno quei pochi tatuaggi sul braccio destro; un po’ di più, quello piccolo, sul polso sinistro. Il web la segue con cura meticolosa; qualcuno ha scommesso su di lei, le sta curando l’immagine in modo eccellente. E ha fatto bene. Serena Brancale, così giovane, è già un portento. Il grande pubblico, quello che è disposto a bere praticamente tutto, anche la pipì, se filtrata dal tubo catodico, ha già avuto modo di vederla, a Sanremo, qualche anno fa. All’Ariston si presentò con Galleggiare, piccola dispensa delle sue straordinarie e poliedriche disponibilità vocali. Può tutto, Serena Brancale, giovanissima cantautrice pugliese, anche tacere: le suona il profilo, le cantano gli occhi, gode di movimenti ritmati che sono timbrici. Quando inizia a cantare, spiazza chi l’ascolta: non te l’aspetti. Perché scende negli abissi, in apnea, ma come se avesse da qualche parte le bombole d’ossigeno nascoste.