di Alagia Scardigli

FIRENZE. Nell’ippodromo del Visarno, quest’estate, a Firenze, sono passati diversi artisti, tra cui, il 1° luglio, i Chemical Brothers, il duo elettronico nato dall’incontro tra dei ragazzi inglesi nella facoltà di storia. Nella serata di sabato scorso, però, i due hanno deciso di non premere semplicemente play sui loro pezzi storici (Galvanize, Out of control, Let forever be…), quelli per cui tutti li conosciamo, ma di intrattenerci con un loro dj set. Scelta coraggiosa, perché sarebbe stato più facile ottenere applausi con le tracce che tutti conosciamo a memoria. E se così avessero fatto, tutto il focus si sarebbe focalizzato su di loro. Quello che invece è successo sabato è stato un fenomeno che già avevo notato al concerto dei Prodigy, al Lucca Summer Festival, anni fa: l’attenzione, in questi casi, non è sull’artista sul palco, ma su noi stessi. Sarebbe sbagliato dire che è finita l’epoca in cui alla gente piace la musica suonata con gli strumenti, perché io domenica 25 giugno ero nello stesso ippodromo a vedere i System of a Down, e percepivo un enorme entusiasmo da parte del vastissimo pubblico per una band che suonava e cantava, e tutta l’attenzione era posta nei confronti degli artisti, uno ad uno e nel loro insieme contemporaneamente.