LUCCA. Nemmeno Renzo Cresti, direttore artistico della rassegna Anfiteatro Jazz, ha saputo catalogare, con tassonomia strumentale, il filone musicale dei Meez Pheet. A pensarci, e nemmeno tanto bene, però – anche se i cultori potranno liberamente arrovellarsi nel discernere sulle origini e sulle contaminazioni più pressanti -, sapere in che cassetto sonoro occorra depositare il sound dei Meez Pheet, per trovarlo senza problemi, cercandolo, non è poi così importante. Fandamentale, invece, per una corretta disamina recensoria, è soffermarsi sull’eleganza acustica, fisica ed estetica della cantante, Elisa Ghilardi. Una signora profondamente distinta, sobria, tanto nell’abbigliamento che nelle capigliatura, che si esibisce con profonda passione, lasciandosi coinvolgere, con discrezione, però, dal dovuto, insopprimibile, trasporto. Sarà l’assenza di tatuaggi, forse (condivisa con meravigliosa naturalezza con tutti e sei i colleghi del palco), a suggerirle un’enfasi deontologicamente corretta, o forse il diaframma, impostato per funkeggiare, con tutte le sfumature che ne conseguono, dal soul al rap.