
FIRENZE. Sulla bilancia della rappresentazione pesa, in modo spropositato, il prologo giocoso, adolescenziale, a volte spiritoso, della donna che verrà, quella che, come quasi tutte le bambine, sogna il principe azzurro. Che si chiama Michele; anzi, ironia della sorte, si chiamano tutti Michele, ognuno con le proprie qualità, ognuno con i propri vizi. Luisa Borini, il teatro, lo conosce; lo bazzica da tempo e ci è arrivata frequentando le scuole di recitazione, non passando da un grande fratello o diventando la musa di qualche regista. Molto dolore per nulla, al Cantiere Florida di Firenze, è un’intestazione che presuppone una valanga di sentimenti che spiluccano, a caso, dalla mortificazione, dal dolore sordo, imploso, inevaso, dalla privazione, dall’annientamento per poi consegnarci, alla fine, una donna provata, stremata, disintegrata, che spesso trova conforto nell’autolesionismo, a volte nel suicidio. Alla protagonista invece, in totalred, ma con stivaletti scuri a mezza tibia davvero inguardabili, capita solo di tuffarsi, senza ciambella, nel mare sentimentale dell’Australia, a ventiquattro ore di volo da tutte le sue detestabili certezze single, per consegnarsi, anima e corpo, a un affascinante giramondo siciliano, che nasconde con il casco che indossa sulla sua intrigante motocicletta una chioma fluente, che fa da cappello a un fisico mozzafiato. Un bello maledetto, giramondo, capace di districarsi in mille situazioni, che però scrive dal tronde e questa blasfemia linguistica, una domanda, dovrebbe scatenarla. A Luisa Borini no, perché lei è convinta che una donna, senza un uomo, non abbia ragione d’essere, d’esistere. E infatti, in Australia, al suo bell’Antonio, anzi, al suo bel Michele, non fa mancare assolutamente nulla: a letto e fuori dal letto, a tavola e nelle serate oceaniche, in solitudine e in compagnia, dei suoi amici, delle sue amiche. Per sentirsi viva e per non sentirsi una statua, Luisa Borini prova anche a interagire con il mondo del suo Michele, intessendo relazioni, sguardi, sorrisi, conversazioni. Che vengono, puntualmente e totalmente, scambiate per ammiccamenti, tentativi di fuga, pericolose e dubbie autodeterminazioni, come se Luisa Borini, in Australia e in un qualsiasi altro angolo del mondo, potrebbe (r)esistere senza il suo Michele. Arriva, inevitabilmente, la goccia che fa traboccare il vaso, in una piacevolissima serata primaverile; lo sguardo accattivante nei confronti di un padre che si scusa con il prossimo per il pallone lanciato dal proprio marmocchio, è l’ennesima, ultima provocazione, che scatena l’inevitabile reazione. Basta, con te non ci sto più. Torna a casa sua, Luisa Borini, in Italia. Michele è tenuto a debita distanza mentale; fisica, con qualche sforzo in più. Ma dopo due anni decide che quella storia tristemente interrotta e terminata, che lei immaginava unica, epica e che l’avrebbe sottratta dall’amaro destino di zitella, debba avere un altro epilogo: parte per Parigi, dove il siculo Michele ha un appartamento e nei paraggi della sua abitazione, gli invia un messaggio: ti voglio bene. Poco dopo, la risposta: anch’io (che visti i precedenti dal tronde, potremmo immaginare scritta an chio). Ora è veramente finita, ora Luisa Borini può darsi finalmente pace. Un po’ meno noi spettatori, che eravamo convinti di assistere a molto dolore e invece, poco o nulla.
