di Raffaele Ferro
AGLIANA (PT). Andare a teatro e trovarsi di fronte a un pre-inizio è un’esperienza rara. Al Teatro Moderno di Agliana, si è svelata così, La Tigre: uno sfumato tra il dietro le quinte e la narrazione vera e propria, dove il confine tra l’attore e il personaggio si fa sottile come carta velina. La scena si apre su un personaggio di spessore, una figura che si muove nei territori complessi della psichiatria e del counseling. Vediamo Alessandro Benvenuti – protagonista e interprete magistrale di questo esperto di sviluppo personale, il dottor Francesco Del Prà – dialogare soltanto con un fonico/tecnico luci, assistente ed unico personaggio fuori scena, mentre sistema il set per un servizio fotografico. È un momento di un’estetica impeccabile: le luci di Pasquale Mari e la scenografia di Alberto Favretto sembrano una partitura scritta con una precisione chirurgica. A rompere questo equilibrio entra in scena Marina Massironi, nel ruolo di Anna, la fotografa chiamata a sostituire il titolare. È qui che inizia un duetto fenomenale tra due teste di serie della parola: un match verbale fatto di ritmi serrati e ironie che non scivolano mai nel banale. Sotto la superfice della commedia, il servizio fotografico diventa un campo di battaglia psicologico. Come suggeriva il filosofo - e fotografo - Jean Baudrillard, l'oggetto fotografato spesso ingaggia un duello con chi lo guarda: deve quasi sparire come simulacro affinché l’immagine vera possa esistere. È esattamente ciò che accade sul palco. Lui, Francesco, cerca di imporre il suo lato positivo, quella maschera pubblica sorridente, ma la macchina fotografica di Anna agisce come un bisturi che cerca il negativo, la parte brutale e nascosta. In questo scontro tra apparire ed essere, il personaggio di Benvenuti infine esplode, sbloccando la narrazione. La bellezza costruita crolla e lui arriva a rivendicare proprio quel lato oscuro che voleva celare: la verità umana emerge solo quando l'immagine idealizzata accetta di svanire. La sensazione è quella di assistere a un fumetto vivente, con una tale forza plastica che ricorda il fumetto. Non solo nei dialoghi fulminanti, netti, appunto immediati del fumetto, ma nelle forme, colori, contorni; pare leggere e abbandonarsi in Andrea Pazienza. Non è solo teatro, è anche un’esecuzione musicale, un assolo di sassofono che oscilla tra il rigore e l’improvvisazione fra l'orchestra di Duke Ellington e le urla del sax di Archie Shepp. Senza cadere in facili sentimentalismi, questa produzione Attori & Tecnici ci mostra come queste due personalità, pur sul crinale dello scontro, decidano alla fine di ingaggiare il sistema della convivenza. Forse la collaborazione artistica, professionale, è l’unico terreno su cui uomo e donna trovano un equilibrio reale: nel punto esatto in cui la maschera cade e la tigre della propria parte negativa smette di fare paura. O forse è solo un’immagine, ulteriore, su cui riflettere? Un'esperienza questa densa, visivamente perfetta e recitata divinamente.
