PISTOIA. Qualsiasi abituale frequentatore di Teatri, compreso il Manzoni di Pistoia, L’uomo, la bestia e la virtù, almeno una volta, lo ha visto per forza. Prima di tutto perché chi ama il teatro – e chi lo frequenta abitualmente, lo ama – con Luigi Pirandello non può non farci i conti; ma anche perché con questa scrittura - una trilogia della farsa -, ci si sono misurati, da centosei anni a questa parte, un po’ tutti i registi. Anche il metropolitano Roberto Valerio, che dai suoi illustri colleghi non ha nulla da imparare, si è voluto confrontare con questa realtà, cercando, nei limiti del possibile, della scrittura e dei gradimenti del pubblico, di aggiungere al testo qualche stravaganza scenica (le maschere sui visi di alcuni protagonisti, una musica dark/techno originale di Anselmo Luisi) e togliere qualche ridondanza, che in questo secolo ha fatto il proprio tempo, anche perché, la soglia d’attenzione del terzo millennio è scesa vertiginosamente. E come sempre succede, la squadra del regista romano è sempre perfettamente oliata, equilibrata, puntualmente composta da attori che sanno tutti il fatto loro: Max Malatesta (il meticoloso professor Paolino), che deve necessariamente far convivere con la società bigotta, controllata e pronta a sferrare giudizi e sentenze, la passione smisurata che nutre per la signora Perella (Vanessa Gravina), moglie insoddisfatta e madre del giovane Nonò, unico figlio (Beatrice Fedi) del Capitano della Marina, Perella, un marito (Nicola Rignanese) che ha una vita parallela nel Golfo di Napoli, dove ad attenderlo c’è la sua amante partenopea, con la quale, di figli, al mondo, ne ha già messi più d’uno. Senza dimenticare il dottor Pulejo e suo fratello farmacista (entrambi interpretati da Massimo Grigò, tra i diaframmi più invidiati a Teatro); Rosaria, la governante (Franca Penone) sfacciata, curiosa e con una lingua tagliaecuci micidiale e i due studenti Giglio e Belli che hanno bisogno di ripetizioni (Mario Valiani e Lorenzo Prestipino). La scenografia, di Guido Fiorato, vive sul perimetro del palco, per impreziosirsi nella seconda parte, quando la scala del piano superiore acquista il suo valore drammaturgico, così come le luci, perfettamente esasperate e affievolite, da Emiliano Pona. Della trama della commedia, o apologo in tre atti, come lo aveva sottotitolato proprio l’autore, non scriviamo nulla, soprattutto perché chi legge è tra quelli che frequentano abitualmente il Teatro e di questa commedia pocopirandelliana, sa perfettamente tutto. Non resta che concentrarci sulla recensione (è per questo che i Teatri ci accreditano, del resto) e ci genuflettiamo, come sempre, al cospetto della perfezione delle singole performance di tutti i protagonisti che sono, ognuno, esemplari professionisti, ma che diventano, con Roberto Valerio alla guida, magnifiche macchiette. Il dubbio, non amletico, altrimenti caricheremmo il commento con altra demagogia, è che, probabilmente, il Teatro, che sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia, ha forse bisogno di un cambio generazionale, soprattutto in platea, perché gli aficionados di ieri stanno inesorabilmente invecchiando e per riempire le seggioline occorre che a sedere vengano i loro figli, o quanto meno, i loro eredi. Bene, L’uomo, la bestia e la virtù è stata, è, e resterà per sempre un caposaldo della drammaturgia mondiale, con la possibilità, anzi, l’indispensabilità, di farne tesoro, ma per poi contestualizzarlo su altre scritture che di quei dettami ne han fatto patrimonio insostituibile della recitazione, con Commedianti che non possono continuare a essere e fare gli Ipocriti, ma diventare, proprio perché la nuova generazione si insedi e intasi le seggioline dei Teatri, cronisti di una società che ha bisogno di nuove risposte, soprattutto in relazione alle tante, pressanti e drammatiche nuove domande.

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