FIRENZE. Parlatene male il più possibile che potete, ma nessun attore scambierebbe mai il suo ruolo fragile, precario, maledetto, ipocrita, falso con quello solido, sicuro, benefico, serio, leale e rigoroso di chiunque altro affaccendato altrove. Perché seppur irrimediabilmente Ciarlatani, gli attori, quanto del Teatro, così come del Cinema (e spesso, a buon viso del Teatro, i due ruoli si sovrappongono), non riescono a spingersi oltre il loro mondo, costruito su grattacieli di contraddizioni e per questo affatto stabile, ma comunque, il più desiderato, l’unico nel quale riescono a vivere, seppur da recidivi apolidi e senza uno straccio di documento d’identità, che cambia, di volta in volta, a seconda del copione da studiare, immagazzinare, manipolare e poi vomitare al pubblico. Premessa opportuna, perché altrimenti anche questa recensione si allineerebbe alla falsa riga di qualsiasi altra, dove disquisendo sull’opera dello spagnolo Pablo Remon dovrebbe celebrare la doppia lettura, umana e attoriale, della rappresentazione in scena al Teatro Puccini di Firenze (si replica fino a domenica prossima, 30 novembre) affidata all’istrionismo del quasi settantenne napoletano Silvio Orlando, padre, figlio (di Orazio, attore) e perché no, spirito santo di questa commistione di ruoli e situazioni attraverso la lettura, veloce, superficiale, ma calzante, della vita di una decina di personaggi alle prese con le loro aspirazioni/frustrazioni delle magre/grasse opportunità che sono in procinto di cambiare, una volta per tutte, la vita a ogni singolo protagonista, salvo destarsi, una mattina, dopo un fantomatico incidente aereo e decidere, scampata per un pelo la morte, di, in nome della dignità esistenziale, prima che professionale, rinunciare ai contratti di sola cassetta e scommettere su quelli per i quali l’alea potrebbe anche essere letale. Ne san qualcosa Francesca Botti, attrice, cantante, compositrice; Davide Cirri, uno dei tanti rampolli della scuola Paolo Grassi di Milano, felicemente e responsabilmente instradato sul viale dei buoni propositi e la giovane, non più giovanissima, Blu Yoshimi, certezza cinematografica, a cosa si riferisse Pablo Remon quando ha deciso di mettere in piedi Ciarlatani. Al di là delle loro esperienze personali, però, è opportuno dire che il filo della rappresentazione, grazie al cervellotico e spesso inestricabile puzzle di rapporti, parentele, legami affettivi, messo in piedi dal regista, renda perfettamente l’idea di come quel mondo lì, popolato solo da attori, e da nessun altro, possa essere spiegato solo a chi lo vive; nemmeno un’assidua frequentazione, può bastare. Bisogna esserci, esserne impelagati fino al collo, vivere le incertezze costanti della sopravvivenza, l’adrenalina estenuante delle prove, il dubbio amletico della risposta del pubblico, che è poi quella che sancisce le fortune e le disgrazie. Il Teatro e il Cinema soffrono, parimenti, le stesse ansie della Democrazia: due stupidi valgono di più, anzi, il doppio, di un intelligente. Chi andrà a votare nel segreto dell’Urna? Chi ci sarà in sala ad assistere allo spettacolo? Salvador Dalì, prima di concedersi all’inimitabile disimpegnata stravaganza della sua irriproducibile pittura, fu amico, fraterno, di Pablo Picasso, con il quale divise e condivise gli esordi artistici antifranchisti, incontrando, dopo, lungo tutta la sua carriera, milioni di estimatori, che gli riconobbero un estro da imparagonabile fuoriclasse. Chi decide il valore della recitazione, chi assegna i posti, con quali criteri si spartiscono i ruoli? Tutti gli attori, tutti i ciarlatani del mondo, anche quelli che sopravvivono vendendo fumo in altre sedi, conoscono perfettamente questa (il)logica legge e nessuno dei protagonisti, comunque, abbandonerebbe il proprio ruolo, nel quale sguazzano, anche se sofferenti. Perché è troppo bello, salire sul palco e sapere e vedere che in sala ognuno pende dalle loro labbra e anche perché, forse, non saprebbero fare altro.
