FIRENZE. Ci sono spettacoli che, pur senza lanciare strali (u)morali e lasciare evidenti ferite nell’animo dello spettatore e strascichi intellettuali su quello di cui avvertiamo la necessità di voler sapere e vedere, sono, insindacabilmente, portentosi. Lettera a Bernini, venerdì e ieri al Cantiere Florida di Firenze, è uno di questi: perché Marco Cacciola fa della sua voce e del suo corpo un’esemplare altalena di notevole equilibrio emotivo e sensazionale, anche se di quello che gli propone Marco Martinelli, il regista, di incarnare l’onnipotentismo del vecchio Gian Lorenzo Bernini, irritato dalle stravaganze del collega e rivale Francesco Borromini e, soprattutto, dalle lettere che una delle sue più fertili lavoranti, Francesca Bresciani, scrive a lui e ai preposti lamentando l’irriconoscente onorario (700 scudi) che lo scultore/architetto/pittore/scenografo napoletano intende sborsarle per la sua imparagonabile collaborazione nella fabbrica di San Pietro, tutto sommato, non ce ne frega niente. Ma non perché siano passati cinque secoli e, nonostante tutto, l’atmosfera sembra essere esattamente la stessa d’allora: il disprezzo femminile, l’accidia, la sete, spasmodica e inconsolabile, di denaro e fama, il ruolo dei censori, scendiletto o feroci, alla bisogna, la potenza clericale, il suo dispensare accuse, sentenze, esili, assoluzioni, l’ambiguo atteggiamento nei confronti del mondo femminile, l’invidia sociale, le detestabili destrezze commerciali, le creste sulle commesse, il ruolo eccentrico dell’abbigliamento, le mode, il maschismo nella sua accezione più dissoluta e una serie di altre questioni che nonostante il trascorre di oltre cinque secoli non hanno ancora trovato una loro soluzione; ma perché è uno sterile contendere, che non ha bisogno di alcuna risposta perché non pone domande. Resta, insindacabile, la potenza attoriale di Marco Cacciola e una dispendiosa scenografia della quale l’istrionico mattatore può forse addirittura non servirsi. Le monumentali casse in legno sigillate che sono mega schermi per proiezioni video; la scrivania delle missive, nella quale trova posto uno schermo di un computer; i riferimenti alle nostre piattaforme sociali, che generano il buono e il cattivo tempo e altri dettagli che immergono palco e spettatore nel febbrile e polveroso cantiere di San Pietro. Con l’eccezione del blocco di marmo che sembra essere in attesa di venir lavorato, scolpito, dalla magnifica creatività di Bernini e che invece rappresenterà il giaciglio sul quale l’artista si adagerà per lasciarsi morire, dopo aver acconsentito il pagamento di 1.900 scudi alla sua operaia Francesca Bresciani e ammirando le pitture del suo acerrimo rivale del quale è giunta notizia di suicidio.
