FIRENZE. Ci vuole qualcuno che non smetta di raccontare certe storie, certe cose, certe robbe; e ci vuole anche e soprattutto qualcuno che continui a raccontarle come fa Ascanio Celestini, senza correzioni sintattiche, con l’incertezza di chi non riesce a trovare le parole giuste, adatte, sintomatiche, rasentando la balbuzie, figlia di incertezze e incredulità, idee confuse, vortici emotivi, sconfitte. Il suo religioso laicismo inizia a prendere pieghe inquietanti, perché la storia, prima ancora della politica, della società, degli equilibri dinamici del mercato, della cultura e dei suoi testimoni sembra aver già emesso il proprio verdetto, una sentenza dai contorni inappellabili; gli ultimi sono e resteranno ultimi. E allora, il figlio (il)legittimo di Pier Paolo Pasolini ha capito che l’unica possibilità per chi non ha voce, non ha credito, non possiede merce di scambio, è raccontare le loro storie, ma con le loro parole, storte, scorrette, sporche, rese comprensibili solo grazie a un’esaustiva mimica facciale e del corpo, un gesticolare vorticoso colorito da insindacabili epiloghi; si, vabbè, ma che cazzo magnamo? È la nuova trilogia di Poveri Cristi (ieri sera e stasera al Teatro Puccini di Firenze, distribuito da Mismaonda), gli ascolti/interviste che sono diventate un libro e che il cantastorie di Morena ha anche portato sul palcoscenico, che è la stanza della casa nella quale vive e trascorre il suo tempo più prezioso. Con la solita, povera, scenografia, dove trovano posto due sedie, divise, orizzontalmente, da una porta (bianca, gialla, rossa): su una, siede Gianluca Casadei e la sua fisarmonica, che non è la colonna sonora del racconto, ma il racconto stesso, che in alcuni momenti si fa musica, sillabica, astratta, come lo sono i contenuti di chi non ha mai voce in capitolo; sull’altra, Ascanio Celestini, che prima di dare vita alla rappresentazione si prodiga a introdurla, raccontandola. Il lavoro nasce nel 2012 e si trascina, non con fatica, ma tra innumerevoli altri impegni e distrazioni, fino ai giorni nostri; dentro ci sono un’infinità di ultimi, Poveri Cristi, che nell’occasione vengono rappresentati da ‘n seppellitore, ‘na mignotta e un racconto generazionale di chi, come lui, è nato alle propaggini della rivolta, sulle ceneri del boom economico che dette letali illusioni, solo e soltanto a chi credette che il mondo potesse e stesse cambiando. Era il 1972: Ascanio nasceva; noi, poco distante da casa sua, eravamo già adolescenti, amici e conoscenti di aspiranti ultimi poveri cristi (mezzo chilo e pistola del Lamaro, ad esempio, o Marco Caruso, sempre della stessa borgata, il primo parricida in Italia). All’epoca, quelli che sbarcavano, erano solo soldati, in divisa, di eserciti che andavano a occupare; oggi, invece, chi sbarca è un migrante, come Joseph, il seppellitore dell’isola di Lampedusa, a cui il vecchio becchino passa il testimone, con tutte le dovute raccomandazioni, scandite a cena, nella sua modesta abitazione, dove lo invita a mangiare, insegnandogli come fare, un piatto di spaghetti e cercando di delucidarlo sulla sua nuova occupazione, che dalla mattina del giorno successivo dovrà affrontare da solo; Lamine Hakimi, 28 anni, algerino (ricordatevi il suo nome), scafista per necessità, ma fuggiasco, come tutti i suoi passeggeri, di un’imbarcazione che non può certo ospitare centinaia di naviganti, ammassati come animali, tra i quali ci sono anche otto bambini, che quando la barca si rovescerà in mare aperto, non ce la faranno a sopravvivere e non potranno dunque arrivare sulle nostre coste, dove in men che si dica sarebbero riusciti a diventare, anche loro, dei perfetti e invidiati italiani/spaghetti e la giovane mignotta, che in un bar di periferia racconta ai presenti la sua parabola esistenziale, così casuale e pietosa che un giorno al mese, il suo corpo, che va a tempo con il tempo, lo concede gratuitamente (La Samaritana, di Kim Ki duk). Sono tutti personaggi che appartengono ai trascorsi artistici di Celestini, immortalati in Laika (del 2015), Pueblo (del 2017) e Rumba (del 2023). Le pieghe inquietanti del laicismo basico, elementare, indiscutibile e stracondiviso di cui parlavamo all’inizio trovano una possibile risposta nell’inesorabilità dei destini di questi poveri cristi, ai quali non resta che sperare che gli ultimi, chissàquando e chissaddove, saranno i primi. È un risvolto al quale, tutti noi sconfitti, bestemmiatori seriali, compagni che han perso seppur senza sbagliare, dobbiamo iniziare a pensare; non foss’altro per dare un senso alla nostra impotenza, come quella che serve ai bambini della Striscia di Gaza.
