PORRETTA (BO). Come al solito. Tanto che se un giorno dovesse finire (ma non succederà mai), siamo convinti che il popolo che si accalca con passione, umanità, calore e sopportazione al Parco Rufus Thomas per assistere ai concerti del Festival Soul di Porretta, si darebbe comunque appuntamento, da un giovedì alla domenica successiva, per continuare a stare insieme. Veramente. Il Festival di Graziano Uliani ha da tempo superato la barriera del suono, del gradimento, del valore artistico; e per questo, nel racconto, non faremo cenno a nessuno dei musicisti che hanno reso entusiasmante anche questa 31esima edizione. Non lo scriviamo perché i cartelloni, ora, siano meno interessanti di quelli di alcune precedenti edizioni impreziosite dai santoni che l’hanno catapultato nel novero degli eventi mondiali. L’aria del Festival si respira tutto l’anno, a Porretta; prima del materializzarsi della manifestazione, con una carica di aspettativa adrenalinica da far invidia a qualsiasi lauto banchetto, come dopo, in attesa del successivo, con un filo di saudade che l’accosta al Carnevale per antonomasia, quello carioca.

Lo sostengono tutti, dagli appassionati incalliti, a quelli saltuari, passando dai residenti della località termale bolognese, tutti indistintamente coinvolti dall’evento, ai musicisti del circondario, che in almeno una delle quattro serate del Festival, una volta l’anno, vogliono passarci. Senza dimenticare le forze dell’ordine, i vigili del fuoco, i volontari di mille associazioni, gli addetti alla sicurezza. Siamo convinti che se la manifestazione dovesse inabissarsi (ma non succederà mai), chitarristi, drummisti, tastieristi, bassisti, fiati di ogni ordine e grado e vocaliste bianche, bianchissime, ma con l’anima scura, di chi, con il Soul, i conti ce li fa sistematicamente, si darebbero appuntamento lì e dopo un approssimativo sound check inizierebbero a suonare, al cospetto di una platea piena come nelle migliori occasioni e con tutti gli artefici dell'evento al loro posto. E siamo pronti a scommettere che anche Rick Hutton, uno dei tanti imprescindibili ingredienti del dolce/Porretta, con il suo slogan, che è diventato un marchio di fabbrica Soul, One more time, che di rassegne sonore ne ha viste sicuramente più di noi, sia del nostro stesso avviso. Certo, l’anima Soul, per antonomasia, è premessa ed epilogo di una serie di altre raffinate branche musicali che ha però, come elemento unico e, dunque, distintivo, quel calore umano che accomuna, in un solo catino, tanto i protagonisti, quanto gli spettatori. Proprio come succede a Porretta, durante il fine settimana allungato del Festival, con una cittadina in festa in ogni suo rivolo e gli artisti confusi e fusi con i loro acclamanti spettatori tra le vie del Paese, attorno ai banchetti gastronomici, nello stand che dovrebbe essere riservato agli addetti ai lavori, all’interno del Parco, ma che, puntualmente, viene popolato e invaso, con un senso di estrema ospitalità e discrezione, dal popolo del Soul, quello che tra un’esibizione e l’altra, si precipita al lato sud del palcoscenico per farsi fotografare, abbracciati e sorridenti, al sessionista di turno. Un evento così studiato nei minimi dettagli che non ha mai incontrato, in trent’anni di attività e con le rispettive guide politiche, difficoltà, obiezioni, appunti. E non è scivolato nella masochistica nostalgia nemmeno quando il Comune appenninico ha visto decadere, in modo oggettivamente preoccupante, il proprio indiscutibile fiore all’occhiello, il blasone termale. L’incanto e la magia di questo Festival, poi, per noi che saliamo la strada statale 64 dal versante pistoiese, inizia quindici chilometri prima, a Spedaletto, per la precisione, al Ristorante Lago Lo Specchio. Ma non perché i ristoranti a Porretta lascino a desiderare, anzi. Ma perché alle prima luci del giorno che chiude, prima di tuffarci nel caos del Festival, adoriamo deliziarci con la cucina, i vini, le grappe, la cordialità, l’umanità e i prezzi del Lago Lo Specchio, un ristorante unico, anzi, Soul.

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