
PISTOIA. Manca poco allo scoccare della mezzanotte. La giornata, però, la prima del 39esimo Festival Blues di Pistoia, non è ancora finita. Certo, l’appuntamento clou dell’esordio si è già consumato; il popolo di James Blunt è in procinto di avviare il controesodo della Piazza per riassaporare l’atmosfera del Festival che era e che è stato per una vita, quello delle bancarelle nelle vie che circoscrivono il centro storico. Qualcuno, però, seppur visibilmente soddisfatto dell’imprevedibile performance della popstar inglese, non è ancora sazio e soprattutto, corre voce che al Bolognini, a meno di duecento metri da piazza del Duomo, dove la dinastia Tafuro da tempo allestisce eventi collaterali, si esibirà, di lì a poco, Mike Zito. Andiamo – e ci mancherebbe altro -, soprattutto perché, nel pomeriggio, seppur ignorandone colpevolmente l’esistenza, di questo chitarrista - che canta meravigliosamente - italo americano (sull’avambraccio, tra tanti tatuaggi, ha anche una stivale tricolore), ne abbiamo letto mirabilia e diffidando parecchio dei nostri colleghi, siamo intenzionati, per confermare le nostre perplessità sulla categoria, o riconoscere, per qualche volta, di essere stati inutilmente prevenuti, a non perdercelo.
Per fortuna siamo ancora curiosi, come se fossimo ancora giovani, perché ne è valsa, meravigliosamente, la pena. La formazione somiglia moltissimo quella che si può guardare, interrogando Youtube, nei video di memoria: Matt Johnson alla batteria, Terry Dim al basso con una graditissima new entry rispetto alla memoria informatica: James Pace all’organo Hammond. Un ripasso, forbitissimo, di oltre un secolo di Blues, affidato a quattro interpreti che seppur consapevoli di essere solo e soltanto farmaci di una longevità che non può non stentare a resistere, hanno comunque un linguaggio personalissimo, un frasario scorrevole e un'invidiabile precisione d’esecuzione. Certo, nel loro sound si riconoscono – ma crediamo che ne siano orgogliosamente consapevoli – una moltitudine di generi e uomini che li hanno solo cronologicamente preceduti, tutti quelli che hanno aggiunto, a loro tempo, indispensabili tasselli al puzzle, forse non ancora terminato, ma comunque ricomponibile, del Blues. Alla puntualità sonora della formazione, occorre poi aggiungere, non certo come elemento decorativo, ma identificativo, la voce di Mike Zito: metallica, ma caldissima, come tutta la corrente bianca, ma nobile, del Blues, capace di regalare agli stati d’animo classici di quei suoni nati sulle rive del Mississipi, il supporto emotivo e didattico fornito dal contributo europeo alla causa negra dell’immigrazione sfruttata nei campi di cotone. Un pacifista incorruttibile, Mike Zito, che ha l’effige dell’anticonflittismo inciso sulla sua sei corde, che maneggia con disinvolta cura e adorabile passione, in punta di dita e ditale, per regalare al pubblico i suoi quasi cinquant’anni spesi a suonare. Ah, dimenticavamo. Il concerto era gratuito, come quelli che si succederanno, da stasera a domani, al piccolo Teatro Bolognini. In sala, non più di trenta persone, tra le quali qualche addetto ai lavori, il manager della formazione, qualche inguaribile nostalgico, Silvano Martini, tornatto alla guida della Security e irresistibilmente affascinato dal suono parente degli Allman Brothers e Francesco, già particolarmente su di giri, che è poi esploso quando, durante l'esibizione, il bandleader ha svelato le sue origini italiane, anzi, sicule. Bene, quel gruppetto di spettatori non riesce certo a compensare, numericamente, la moltitudine stolta di quei presuntuosi che da decenni rompono i coglioni con il Festival, la sua fedeltà al Blues e tutta una serie di argomenti inutili anche intorno a un braciere. Chissà dov’erano, ieri sera, tutti quei puristi!
