LO SVILUPPO dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione. Una rinnovata presa di coscienza delle esigenze, le impone di mettersi al servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di tale grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità. Questo è l’incipit, minimamente riveduto e corretto, amputato solo di qualche aggettivo - ma solo per lasciarvi nel dubbio – scritto cinquantuno anni fa, nel 1967, alla vigilia della contestazione per antonomasia; ma non da un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, ma da un Papa, pensate: Paolo VI. È Progressio populorum, l’enciclica che l’Occidente cattolico e devoto al Cristianesimo e ai suoi principi e l’America ricca non salutarono con grande piacere. Certo, senza un Continente intero preda e ostaggio del Capitalismo, gli esperimenti, lo sfruttamento e soprattutto le guerre dove si sarebbero potute fare e le bombe dove si sarebbero potute sganciare, altrimenti. Ora, quella massa informe di schiavi si è rotta i coglioni di subire e sta provando ad alzare la testa. Ma non come l’Occidente laico e gli americani che non vivono all’ombra del Pentagono si augurano succeda; anche stavolta, dietro questa rivoluzione, sanguinosa, tragica, ma purtroppo apparente, si nascondono i grandi burattinai della Terra, invisibilmente ed equamente infiltrati tra le maglie degli interventisti e dei neutralisti. L’onda, però, non si ferma più; il tempo è scaduto, da parecchio: è tardi. il consiglio, in questo evo delicatissimo, è cercare di non provare ad arrestarlo a suon di demagogia, questo tsunami; perché sarebbe peggio. Molto peggio.

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