di Luca Barni

PRATO. Per uno come me, avere potuto frequentare anche solo per una giornata Lou Castel, l'indimenticabile protagonista de I pugni in tasca di Marco Bellocchio, e di tanti altri film d'autore, poter passeggiare e parlare con lui in quel modo, sentire dalla sua voce sussurrata confidenze personali e racconti appassionati di cinema e di militanza politica, conosciuti e non, è stato qualcosa di difficilmente descrivibile. Lou Castel non è solo un grande attore – e lo dimostra ancora in questo bel documentario di Pierpaolo De Sanctis, A pugni chiusi, in programma la scorsa settimana al cinema del Centro Pecci di Prato, di cui è assoluto protagonista – ma possiamo dire, senza paura di smentita, che è un'icona assoluta del cinema europeo moderno. Il termine icona deriva dal greco eikón e possiamo tradurlo con le parole immagine, simbolo.

L'icona è simbolo di qualcosa, è emblema, è un'immagine che rimanda in maniera diretta ad un genere o un periodo. Il cinema europeo ci ha dato tanti grandi attori indimenticabili, ma pochi possono essere considerati delle icone. Gli attori che mi sentirei di definire icone senza dubbio alcuno, sono Brigitte Bardot, icona di una nuova idea di donna, libera ed emancipata, definitasi durante gli anni Sessanta del secolo scorso; Jean-Pierre Léaud, icona della Nouvelle Vague e dell'attore bohémien in generale; Gian Maria Volonté, icona dell'attore impegnato e del cinema politico italiano degli anni ‘60 e ‘70 e appunto Lou Castel, icona, emblema del ribellismo cinematografico a cavallo del '68 e del cinema alternativo dagli anni ’60 a oggi. Detto questo e precisato anche come fosse evidente che si divertisse non di rado a fare affiorare il personaggio Lou Castel al posto della persona Ulf Quarzell – questo è il suo vero nome – cosa abbastanza frequente negli attori, peraltro, penso di avere visto anche l'uomo intimo in quel tempo in cui siamo stati soli, dalla passeggiata per Prato, al tragitto in auto per raggiungere il Centro Pecci, alle impressioni scambiate guardando insieme le opere della mostra fino a quel tenerissimo momento in cui l'ho trovato addormentato sopra un divanetto, davanti ad una video installazione, occasione nella quale mi sono anche leggermente impaurito. Poi ha concesso un’intervista per la rivista Cineforum, che però non è durata moltissimo perché era stanco e voleva riposare prima di cena. Dopo abbiamo cenato e siamo andati al cinema, insieme ai due sceneggiatori del film, Alessandro Aniballi e Giordano De Luca, per presentare A pugni chiusi, come già detto, un documentario-intervista a Lou Castel, presentato recentemente in Concorso al Torino Film Festival in cui l’attore racconta tanto di sé, della sua vita, del suo rapporto col cinema e soprattutto con la militanza che lo legò dal 1969, per una decina d’anni, alla formazione di estrema sinistra e maoista Servire il Popolo. Nel rispondere alle mie domande e a quelle del pubblico presente, è venuta fuori una generosità e disponibilità disarmate verso chi gli sta di fronte, che avevo già provato di persona nel pomeriggio, facendo ben comprendere da un lato come sia stato sempre mosso oltre tutto da una ricerca spasmodica di libertà espressiva all’interno dei film, vocazione principe del suo modo di intendere la recitazione (prima del suo esordio con Marco Bellocchio e prima di entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia, aveva frequentato un corso in una sede romana della nota Actor’s Studio di Lee Strasberg, in cui praticavano anche la trance africana e da cui sembra sia stato abbastanza segnato), dall’altro è emerso chiaramente il suo isolamento nell’ambiente, a cui ha più volte accennato, provocato essenzialmente dal rapporto viscerale che lo legava alla militanza e, dopo lo scioglimento del gruppo, dagli sforzi per ritrovarsi come attore, artista, intellettuale, in quanto recitare era diventato quasi esclusivamente un modo per finanziare il suo impegno politico. Ma per spiegare meglio la grandezza di cui parlo, facciamo un breve riferimento al suo percorso artistico-attoriale, nonché intellettuale e politico. I film del primissimo periodo, ovvero quello che arriva fino al 1972 - la data dell'espulsione dall'Italia come persona non gradita per motivi politici - è certamente il più importante e quello che ha contribuito a creare il mito Lou Castel. Prima del '68, le opere fondamentali a cui partecipa sono, come detto, I pugni in tasca di Marco Bellocchio, e Grazie Zia di Salvatore Samperi. Il primo, del 1965, è senza esagerazione uno degli snodi fondamentali della storia del cinema italiano e in assoluto uno degli esordi più folgoranti visti sul grande schermo e rappresenta, insieme al secondo, del 1968, l'attacco più violento e iconoclasta mai visto al cinema fino ad allora nei confronti della famiglia borghese e della provincia italiana. I film sono entrambi profondamente dei loro registi, tuttavia è impossibile pensare a come sarebbero stati senza le interpretazioni indimenticabili dell'attore svedese, al quale è stato riconosciuto di aver apportato un contributo straordinario alle due opere. Dello stesso periodo sono i suoi Spaghetti Western, famosi per tematiche rivoluzionarie esplicite che confermano il suo anticonformismo nella scelta dei ruoli e interessi che si avvicinavano sempre più alla militanza diretta nella sinistra extra-parlamentare italiana che lo porterà, come detto, all'adesione nel 1969 alla formazione maoista Servire il Popolo. Quien Sabe? di Damiano Damiani, del 1966, è considerato il primo di una lunga serie di Spaghetti Western zapatisti dove i protagonisti sono ribelli messicani. In Requiescant (1967) di Carlo Lizzani, recita a fianco di Pier Paolo Pasolini, Ninetto Davoli e Franco Citti, interpretando il ruolo di un formidabile pistolero che libererà un popolo di oppressi messicani dalla tirannia di un ex-ufficiale dei confederati d'America e questa ribellione è stata sempre interpretata come vittoria del proletariato sul dispotismo capitalista. Gli anni a cavallo della rivoluzione culturale del ‘68 sono anche un periodo in cui le maglie della censura si allargano lasciando spazio sia nel cinema di genere che in quello d’autore a una maggiore libertà nella rappresentazione dell’eros, e Lou Castel anche in questo caso, dà un contributo essenziale col film di Umberto Lenzi, Orgasmo (1969), conosciuto all’estero come Paranoia. Con questo film, dopo essersi imposto come simbolo del ribellismo giovanile presessantottino, grazie ai film di Bellocchio e Samperi e a quello rivoluzionario e ideologico degli Spaghetti Western di Damiani e Lizzani (a cui possiamo aggiungere anche Matalo! del 1970, di Cesare Canevari, un film che è diventato un cult-movie, in cui Castel è un giovane australiano che come armi usa il boomerang al posto delle pistole), diventa anche attore simbolo dell’affermazione di una nuova libertà sessuale tipiche del quel periodo storico. Nel 1971 arriva anche il primo film internazionale con un giovane regista tedesco che si sarebbe imposto di lì a poco come uno dei maestri del nuovo cinema europeo, Rainer Werner Fassbinder, di cui interpreta Attenzione alla puttana santa, un esempio di cinema nel cinema, un film che racconta le difficoltà nelle riprese di una troupe cinematografica nel girare un film sulle coste di una località spagnola. In questi pochi anni si delinea completamente il percorso artistico di Lou Castel, tanto che dopo l’espulsione dall’Italia dell’anno successivo, 1972, per la sua militanza nell’estrema sinistra extraparlamentare, lavorerà subito con un altro rappresentante dello Junger Deutscher Film, ovvero Wim Wenders, La lettera scarlatta (1973), e subito dopo in Francia con un maestro della Nouvelle Vague, Claude Chabrol, per Sterminate “Gruppo Zero”, in cui interpreta la parte di un anarchico spagnolo che insieme ad altri compagni rapisce l’ambasciatore americano a Parigi a fronte di un riscatto milionario. Nei restanti anni del decennio, Castel lavora anche con Mario Monicelli per Caro Michele (1976) e di nuovo con Wenders per uno dei suoi film più rappresentativi, L’amico americano (1977). Dopo il ritorno in Italia e l’abbandono della militanza diretta nel 1979, si apre un momento difficile per Lou Castel, di spaesamento e di enorme sforzo per recuperare la propria dimensione di attore e progressivamente si allontana dall’Italia fino a quando nel 1989 abbandona Roma per trasferirsi a Parigi. Negli anni Ottanta, però, oltre a lavorare una terza volta con Bellocchio, Gli occhi, la bocca (1982), incontra altri due registi importanti sul suo cammino, ovvero Raul Ruiz, il grande regista cileno trasferito in Francia dal 1974, con cui realizza, nel 1985, La presenza reale e L’isola del tesoro e Philippe Garrel, Elle a passé tant d'heures sous les sunlights… (1985), che ritroverà anche negli anni Novanta, in La nascita dell’amore del 1992, dove recita al fianco di Jean-Pierre Léaud. Dagli anni ‘90 a oggi ha lavorato ancora con grandi registi: in Francia di nuovo con Raul Ruiz, Tre vite e una sola morta (1996) e Olivier Assayas, Irma Vep (1997); mentre in Italia, con Ettore Scola, Che ora è? (1989), Alberto Sordi per Assolto per aver commesso il fatto (1992) e un regista tra i più rappresentativi dell’intera storia del cinema underground italiano, ovvero Tonino De Bernardi, per Sorrisi asmatici - Fiori del destino (1997), Appassionate (1999) e il recente Jour et nuit, delle donne e degli uomini perduti (2014). Sabato scorso, grazie al Centro Pecci di Prato, ho potuto conoscere un personaggio straordinario che ha dato tantissimo al cinema e che oggi è forse un po’ dimenticato. Spero che questo film documentario possa avere una buona distribuzione nelle sale italiane in modo che la gente possa ritrovare e conoscere meglio questo grandissimo attore, questa icona del cinema. Per me, oltre a continuare a venerare certi suoi film, sarà complicato dimenticare quei momenti passati insieme, quella passeggiata pomeridiana spalla a spalla come in una flânerie baudelairiana, chiacchierando amichevolmente con l’esigenza di soffermarsi, ogni tanto, per capirsi meglio tenendosi negli occhi.

Pin It