
FIRENZE. Gli amici, quelli veri, quelli che gli avrebbero voluto un bene dell’anima comunque, anche se avesse fatto il meccanico, c’erano tutti, ieri sera, 25 novembre, alla Casa del Popolo di Grassina, alle propaggini di Firenze, per i suoi cinquant’anni di carriera. E lui, Sergio Forconi, il meccanico mancato, l’artista per caso, con un centinaio di films alle spalle e innumerevoli rappresentazioni teatrali, nonostante mezzo secolo di cinema, teatro e televisione, si è emozionato. Lo ha fatto quando decine di troupe televisive hanno acceso i faretti delle telecamere e, microfono alla mano degli speakers di turno, lo hanno intervistato, chiedendogli vita, morte e miracoli del cinema, del teatro e dei personaggi con i quali ha lavorato. Ha risposto a tutti nello stesso identico modo, senza fare calcoli su chi fosse il corrispondente di turno, con quel magnifico candore che è stata la sua vita, con la grazia con la quale ha calcato le scene di innumerevoli palcoscenici, resi irresistibili una miriade di ciack cinematografici, anche al fianco di totem della risata.
Ha ragione Angelo Savelli, decano del teatro fiorentino, regista, direttore artistico, che non si è voluto perdere la festa per le cinquanta candeline spente per Sergio Forconi tradendo addirittura Alessandro Benvenuti, che contemporaneamente, nel suo teatro, quello di Rifredi, inaugurava un’altra edizione di Benvenuti in casa Gori: “è un’anima nobile e virtuosa dello spettacolo dialettale, Sergio Forconi, un gentiluomo della risata, con un senso e una misura straordinari, con tempi memorabili e un ritmo dell’humor che non ha mai avuto bisogno di scadere nella volgarità, trascendere, doti queste che gli hanno consentito di riuscire a traghettare, con naturalezza e pari vis comica, il suo toscanesimo in giro per tutta Italia”. Tra quelli che credevamo di vedere, molte assenze, troppe, ma in fin dei conti è meglio così; solo Alessandro Paci (che ha timbrato la marchetta, rilasciato qualche battuta, in posa per qualche flash e poi si è dileguato) e Gaetano Gennai, due dei suoi innumerevoli figli artistici, sono venuti ad abbracciarlo. Gli altri – che sono tutti quelli che han fatto o vorrebbero far ridere parlando in toscano – non sono potuti venire. Assente doloroso, ma giustificato, Carlo Monni, che se non fosse già partito per l’ultimo viaggio, una sera come quella di ieri non se la sarebbe persa nemmeno se glielo avesse imposto il dottore. C’era addirittura il Sindaco, di Bagno a Ripoli, Comune nel quale insiste la piccola frazione di Grassina, con la fascia tricolore, tenuta provvidenzialmente nella tasca della giacca e indossata per donargli, ufficialmente, le chiavi della città; c’era anche il Sindaco dei suoi anni più spensierati, quello che per ogni occasione artistica invitava il suo amico Sergio Forconi per fare gli onori di casa e dell’evento. C’era tutto il paese, gli amici di sempre, i figli degli amici cresciuti con le battute del Forconi raccontate a cena; c’erano – e non sarebbero potute mancare per nessun motivo al mondo -, Graziella, la moglie da 47 anni (che risposerei mille altre volte, ha detto, fiero e grato il festeggiato) e le loro figlie, Stefania e Susanna, schive come il padre alla notorietà, anche loro emozionatissime, però, forse perché, per la prima volta, intervistate. La serata è scivolata via tra ricordi, rimpianti, risate di prima mano e risate risalite in gola, passando dallo stomaco, di indimenticabili gags, come quella, tra le più eloquenti, di una delle gemme più odorose della lunghissima carriera di Sergio Forconi: Berlinguer ti voglio bene, il film di Giuseppe Bertolucci, datato 1977, quello che dette il via alla straripante carriera di Roberto Benigni, quello memorabile, vero, autentico, blasfema, quello che avrebbe decantato la bellezza della nostra Costituzione anche gratis, senza ripensarci il giorno dopo. Poi, tutti a casa: Sergio, con le sue donne, naturalmente; Graziella, Stefania e Susanna, che lo avrebbero adorato allo stesso identico modo di come facciano da sempre, tutte e tre, da quando hanno avuto la fortuna di dividere la loro vita con lui, anche se stasera, invece che i suoi cinquant’anni di spettacolo, avessero festeggiato una qualsiasi altra ricorrenza. Lo avrebbero fatto in pizzeria, naturalmente, quella nella piazza di Grassina, dove si mangia bene e si spende il giusto; e poi alla Casa del Popolo, a prendere il caffè.
