PISTOIA. E’ profondamente ingiusto – e deleterio – alfabetizzarsi, prima o dopo, men che mai durante, su uno spettacolo di Virgilio Sieni. Bisogna lasciarsi guidare dalle mute coordinate della passione, dalle primavere che non sbocceranno mai, o dai lunghi, interminabili, inverni. Anche se si tratta del Cantico dei cantici, anche se siamo al teatro Manzoni, di Pistoia, dove si celebra e si consuma una delle serate del cartellone stagionale della branchia degli Altri linguaggi. Basta sedersi ad ascoltare l’odore del sudore e della saliva, osservare i muscoli tendersi allo spasmo, flettersi fino al limite della rottura; cercare di scorgere, in penombra, dove rivolgono gli sguardi, quando i loro arti superiori e inferiori provano a sfiorarsi, toccarsi, sorreggersi, suggerirsi, salvarsi.

E’ giusto provare a chiudere gli occhi, ogni tanto, per cercare di riuscire a indovinare dove fluttueranno, quando decidiamo di riaprirli, quei sei corpi seminudi, che danzano, alla pioggia, alla vita, alla morte, al suono di Daniele Roccato, che ha scritto per loro, con il suo contrabbasso, i suoi vagiti, che non sono la colonna sonora dello spettacolo, ma la traduzione fonica degli impulsi che i danzattori ricevono dagli elettroshock ai quali sono stati sottoposti per stabilire, chi, nell’equo branco sessuale (tre uomini e altrettante donne), riuscirà a sopravvivere. Virgilio Sieni, il coreografo, il regista, come si evince dalle note consegnate al pubblico, è di un altro avviso, probabilmente: ha in mente i poemi mesopotamici, incastonati in un giardino olimpico dove probabilmente ha inizio una nuova vita. A noi è parso il contrario, ma le nostre sensazioni non hanno alcun rilievo tecnico; e non perché non siano importanti. Ma ognuno, al termine della danza, macabra, primordiale, conclusiva, atomica, asessuata, alla quale ha assistito, si è fatto un’idea, che non si prodiga a esporre temendo di essere tacciato di incompetenza. In questo caso, invece, l’ignoranza del testo facilita la visione aerea, la libera da ogni orpello pregiudiziale e le consente di librarsi dove meglio creda poggiare le sue ragioni. Claudia Caldarano, Luca Cenere, Riccardo De Simone, Maurizio Giunti, Giulia Mureddu e Davide Valrosso (i sei protagonisti in ordine alfabetico) sono sei macchine da guerra, sei corpi senza genitali, sei quadri pieni di così tanti colori che ormai si riescono a intravedere solo il bianco e il nero, a volte il grigio; sono psicopatici, sono atterriti, ma nonostante tutto riescono, insieme, fingendo di soffrire, a organizzare la fuga, l’evasione, da quel centro di tortura al quale sono stati condannati per sempre. E pur riuscendo a fuggire lontano e senza l’orrore di poter essere riacciuffati, continuano, anche fuori dal recinto, le danze alle quali, volenti o nolenti, si sono ormai irrimediabilmente affezionati. Sono il loro nuovo linguaggio, quello del corpo, quello delle anime dannate, ma non compromesse, perché risorte, frustrate, ma non corrose; sono la certezza delle reincarnazione, sono la prova della bellezza, sono la testimonianza di una preparazione meticolosa, decisiva, selettiva, bestiale. Paradisiaca. A questo punto, se volete, potete aggiungere tutto quello che reputate necessario e indispensabile a una più profonda letura del Cantico dei cantici, che non stona affatto, naturalmente: la scuola, le lezioni di Pina Bausch, le reinterpretazioni, miste a visioni, di Virgilio Sieni, quello che sarà di questo progetto, che al momento si fonda sul Festival Aperto/Fondazione I teatri di Reggio Emilia e la Compagnia Virgilio Sieni, senza dimenticare la correità offerta dall’Atp che al coreografo, ultimo direttore della Biennale di Venezia, ha aperto, in pianta stabile, e non da ora, le porte della programmazione.

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