di Virginia Longo

BOLOGNA. Non bastano una moltitudine di aggettivi per descrivere la musica di David Bowie. Tutt’ora sono in tanti quelli che pensano che sia stato un’intelligenza superiore mandata apposta sulla Terra da qualche strano pianeta per rivelarci nuovi mondi, nuovi modi di interpretare e inventarsi il linguaggio musicale, artistico, cinematografico. Stessa difficoltà si ha nell’incasellarlo in un unico genere musicale. Ecco perché la mostra bolognese dedicata all’artista, David Bowie Is, è un tentativo per descrivere un mondo, un oceano di suoni, tendenze di moda, stili e ruoli cinematografici. Il Mambo, il museo dedicato all’arte contemporanea, ha registrato dati di vendita impensabili il penultimo weekend della mostra. Finora ha totalizzato ben 100 mila ingressi, solo un terzo rispetto all’affluenza londinese al Victorian and Albert Museum nel 2013. Un’ora e mezza di attesa per riuscire a entrare, con i biglietti comprati ovviamente online, perché all’interno il museo non è riuscito più materialmente a stamparli. Il freddo e la pioggia di novembre non hanno scoraggiato gli amanti dell’Esile Duca Bianco. Ma questa del Mambo è un’esperienza sensoriale: David Bowie Is non è una mostra come tante altre, anche perché giustamente non si vanno a vedere quadri, dipinti, affreschi o sculture realizzate da un artista. È David l’opera d’arte, un certo David Jones che viene da una famiglia colta ma depressa.
Diversi casi di suicidio tra i suoi consanguinei lo traumatizzano a tal punto da rifugiarsi nell’arte, nella musica. Dipinge, scrive poesie che poi diverranno la base per le sue canzoni. Come dirà in molte interviste, che si vedono proiettate sulle pareti del Mambo, la sua fortuna è stata quella di scoprire la sua arte. Dall’arte e dalla ricerca stilistica e musicale ha sprigionato tutta la sua voglia di vivere. La mostra, presa alla lettera dal Victorian and Albert Museum, si dispone per tutto il piano terra del museo d’arte contemporanea e sfoggia più di 300 oggetti appartenuti al Duca Bianco, dal cappotto con la bandiera inglese indossato per la copertina del disco Earthling, alle scarpe con le zeppe, fino ai bizzarri e naif costumi indossati per il video Ashes to Ashes. Il progetto di fruizione multimediale della mostra è introdotto con la tecnologia di avanguardia di Sennhieser, affiancato ad allestimenti teatrali, video installazioni originali e animazioni video per far immergere meglio lo spettatore nel mondo di questo poliedrico artista che nessuno mai riuscirà a eguagliare. All’entrata, come all’ingresso di un mondo ultraterreno, gli addetti allevento offrono in dotazione delle auricolari per poter ascoltare, da ogni angolazione delle sale, qualcosa di diverso. Il benvenuto alla mostra è rappresentato da uno dei costumi più originali di David, quello a cerchi concentrici e volute optical, un assaggio di quello che offriranno le nere e lucide sale del Mambo, illuminate solo dai fari puntati sui costumi di David, dai video dei suoi concerti e dei suoi film. La seconda sala è dedicata a una delle prime interviste di David, alla fine degli anni Sessanta, quando a un certo punto la voce del giornalista sfuma e dilagano attraverso l’audioguida le prime note di Space Oddity, e sulla parete, con un effetto quasi da trompe l’oeil con illusione prospettica, il volto di David si delinea all’orizzonte, sembra lontanissimo incastonato nel video della canzone che ha preannunciato lo sbarco sulla luna. David saluta il mondo musicale con un disco d’esordio che ha riflessi ed echi molto progressive, ricorda un po’ i Pink Floyd ma ha un’immagine forte, androgina, stretta in tute spaziali laminate e luccicanti. Il suo corpicino esile e il suo volto truccato, come i suoi capelli dalla tinta rosso fuoco, stridono fortemente sia con l’estetica da bravi ragazzi dei Beatles che con quella più da rocker dei Pink Floyd. Gli anni Settanta sono stati la decade in cui il trasformismo di David ha raggiunto apici indimenticabili. Ma non si tratta di un eclettismo legato solo all’immagine, e la mostra David Bowie in maniera didascalica e approfondita spiega questo concetto. Al di là di certe scelte di look o di un discorso musicale, David parla al mondo e reinterpreta certe tendenze del teatro contemporaneo, delle avanguardie artistiche e cinematografiche. Non si potrebbe mai e poi mai parlare di Bowie senza chiamare in causa Salvador Dali, Pablo Picasso, Bertolt Brecht, Marlene Dietrich, con cui ha girato anche il film Just a gigolo, l’espressionismo tedesco, il glam rock, la musica soul, i ritmi dance. La copertina di Diamond dogs è un vero e proprio manifesto della pop art, con cui David si presenta al mondo dipinto come un ibrido, metà uomo e metà cane, immagine creata dal fumettista Guy Peelaert.

Il tema dell’ibrido e del Minotauro, tanto caro a Dalì, è stato sfruttato per l’impostazione del video Ashes to ashes. Diamond dogs, che si ispira un po’ a 1984 di George Orwell e un po’ a Ragazzi Selvaggi di Burroughs, contiene perle come Rebel Rebel e Rock and Roll with me e mescola testi letterari, citazioni colte a suoni all’avanguardia. Una stanza a parte è dedicata al cinema di Bowie, con stralci di film cult come Labyrinth, Basquiat, L’immagine e addirittura si può visionare qualche minuto del suo debutto teatrale in Elephant man alla fine degli anni Sessanta. Un attore straordinario, immenso, che ha appreso i dettami e lo stile del grande teatro tedesco e del cabaret della Repubblica di Weimar. Molto probabilmente se non fosse mai arrivato David non ci sarebbero mai stati Madonna, i Cure, i Depeche Mode, i Rem, i Velvet Underground e tanti altri gruppi e artisti pop rock che hanno mescolato una loro estetica, un’immagine forte e provocatoria a una musica, a testi, altrettanto ribelli e non convenzionali. Un’intera sala infine, prima di abbandonare quest’esperienza sensoriale che rimarrà scolpita per giorni nel cuore dei visitatori, è dedicata al periodo berlinese. Berlino è vista come il porto quiete in cui disintossicarsi dalle droghe e dalla pressione del music business per poter sfornare capolavori come Heroes e album come Low. L’incursione nell’elettronica, con l’uso di uno dei primi rudimentali sintetizzatori – anche questo esposto in una teca di vetro – ha reso David una specie di divinità, dopo aver scalato le classifiche di tutto il mondo con Life on mars, diventata uno standard possiamo dire, dal momento che l’hanno ricantata tanti altri artisti. Se non fosse che la mostra chiude il 13 novembre e che la fila è davvero insostenibile, sarebbe bello poter godere di David Bowie Is ogni giorno, come fuga dal mondo, per capire qualcosa di più di questo mondo. E David ci parla, ci ascolta, ci accoglie e ci conforta con la sua musica, i suoi video, i suoi trucchi e i suoi inganni. Peccato non sia una mostra permanente del Mambo. Però anche solo per un lungo sabato pomeriggio, David ci ha deliziato di uno show ultraterreno. Non c’è niente da fare, gli inglesi sono più bravi di noi ad allestire mostre, questa su Bowie è l’ennesima riprova.
