di Virginia Longo

VORNO (LU). Alla radice di ogni comportamento o desiderio sessuale c’è una spinta sentimentale, una richiesta romantica. Temi centrali della ricerca sono la potenza del desiderio e l’impetuosità dell’azione finalizzata ad appagarlo. È difficile descrivere l’ultimo lavoro di Chiara Bersani, andato in scena lo scorso 15 luglio, nella tenuta di Vorno: bisognerebbe viverlo per capire l’avanguardia di una performance simile, in cui entrano in gioco il desiderio sessuale, il voyeurismo e la logica della fisicità. Battezzato Goodnight, peeping Tom, l’opera nasce per risarcire il piccolo Tom, un personaggio leggendario, della cecità subita nell’Inghilterra medievale per aver spiato da un forellino Lady Godiva, che cavalcava nuda per strada. I peepshow erano spettacoli famosissimi nell’America proibizionista, in cui i pruriti e le ossessioni erotiche si affollavano nel clima di austerity e oscurantismo tipico degli anni Trenta.

 

In effetti gli anni Trenta non sono mai stati così vicini come oggi, in cui a una emancipazione dei costumi e sessuale si è affiancato un bisogno di tornare ai valori di un tempo, un senso ipocrita di rivivere un ancien regime repressivo, nell’ottica di salvaguardare la propria facciata pura, la propria sicurezza e incolumità nei confini geografici e nazionali di appartenenza. Un senso di smarrimento che potrebbe tradursi in visioni come Goodnight peeping Tom, in cui spettatori e performers condividono lo stesso e ampio spazio asettico, in cui si parlano a sguardi e a un certo punto decidono di isolarsi in una cabina di legno, in cui ci si guarda, ci si scruta e ci si studia, proprio come accadeva nei peepshows degli anni Trenta. All’epoca c’era una ballerina in lingerie che si mostrava in un lungo striptease, idea ripresa con fedeltà nel video di Madonna del 1986, Open your heart, diretto da Jean Baptiste Mondino, a sua volta ispirata alle indimenticabili Liza Minnelli e Marlene Dietrich. Goodnight, peeping Tom dura un’ora precisa, tempo in cui i performer si avvicinano e si presentano, in silenzio, con i loro sorrisi, i loro sguardi e intrecciano i loro corpi a quelli degli spettatori. Sono questi ultimi a decidere con chi dei quattro performers vuole appartarsi. Il tempo è scandito e deciso da un guardiano esterno, una donna in tubino nero e tacchi alti che delimita il tempo di osservazione e il tempo di isolamento in cabina con precisione quasi prussiana. Sempre alla ricerca di un approfondimento del corpo politico, Chiara Bersani ha presentato l’anno scorso Tell me more ed è alle prese con l’uscita di un film, Miracle Blade, che presto verrà presentato in festival d’essai. Assolutamente diversa è l’impostazione del lavoro di exvUoto teatro battezzato The Love Box – Pink Room. Scritto da Andrea Dellai e diretto da Tommaso Franchin, la performance si svolge in un'unica scatola di legno, posta in un angolo del boschetto che circonda la Tenuta dello Scompiglio. Come in una favola di Perrault, la performance di exvUoto bisogna guadagnarsela, scendendo per viottoli ripidi e calpestando foglie e rami secchi. Al centro dell’azione di The Love Box ci sono Andrea Dellai e Antonia Bertagnon, che si incontrano in uno spazio domestico, fatto di mobili e oggetti. Entrambi hanno un ruolo ben delineato e sono legati alla storia di un uomo, amante per l’uno e datore di lavoro per l’altra. Parole registrate, parole scritte, parole esclamate, movimenti quotidiani e coreografati si mescolano in una performance che può essere intravista e spiata attraverso dei fori in vetro sparsi per le pareti della scatola. Al termine della performance ognuno sceglierà di descrivere la disposizione dei propri oggetti in casa sulle varie foto che costellano le mura esterne della scatola. L’ultima performance del percorso è iD e prende vita all’interno del teatro, in uno spazio delimitato da tendaggi bianchi, all’interno del quale un personaggio chiede una presentazione formale per nome, cognome, vizi e virtù vari ed eventuali, in modo da svelare reciprocamente i mondi dell’uno e dell’altro. Ideato e realizzato da Dynamis, iD vuole indagare la percezione dello sguardo, la condizione imbarazzante che causa il pregiudizio verso lo straniero. Tre performer sono chiamati in causa; spettatore e performer rispondono a domande fuori campo, poste con voce metallica da un interlocutore nascosto. Così si apre un dialogo, un confronto paritario, uno scambio tra due realtà, una scoperta spogliata dei pregiudizi quotidiani. Difficilmente si ha la possibilità di confrontarsi ogni giorno con il tema dell’omosessualità e della transessualità, perché ci si nasconde ancora; gli amori e il sesso sono vissuti all’ombra, per evitare scandali e chiacchiericci malevoli. La comunità Lgbt è ipocritamente accettata in Italia, ma difficilmente ben accolta nella realtà borghese. È un po’ come la concessione delle unioni civili: matrimoni a metà, con libertà parziali e diritti fino a un certo punto. L’idea di Cecilia Bertoni, direttrice dell’Associazione Dello Scompiglio è quella di sganciarsi da certi pregiudizi con il programma Assemblaggi provvisori. Non bisognerebbe neanche discutere di diritti civili, perché dovrebbero automaticamente far parte del vissuto quotidiano di ogni società, ogni gruppo e ogni etnia che ha a che fare con il concetto vulnerabile di essere umano. Si spera che il suo lavoro, con la sua arte e le performances ospiti della Tenuta dello Scompiglio, riesca a smuovere e a cambiare certi atteggiamenti, alcune idee. Magari l’arte arriva prima o poi dove ormai la politica e la cultura stentano. È la nostra ultima speranza.

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