di Barbara Ceccatelli

Essere sempre interconnessi, nonché esere produttori di ipercomunicazione nell'epoca del Bio-potere, la parola ha la forma di un tweet, simbolo di rinuncia alla complessità e alle infinite possibilità di scegliere; e alla vigilia di una nuova e ben chiara voglia di autorenfezialità, sorge spontanea una domanda: quali possono essere le ragioni che ci spingono ad appassionarci ancora ad un'arte come il teatro?
Nell'era della Modernità qualsiasi discorso sull'arte scenica confluisce automaticamente sul ruolo dell'attore e più in particolare sul corpo dell'attore, che davanti agli occhi dell'osservatore appare l'incarnazione del sogno sull'immortalità: l'attore è l'automa, la parte tecnica sottomessa all'uomo, è il prodotto della contraffazione teatrale, figura intercambiabile e anche se sul palco non mostra mai realmente se stesso, neanche quando appare spoglio, in scena, l'attore mostra il suo secondo corpo, cioè quello di colui che lavora, ma è soltanto alla fine di infiniti travestimenti che l'attore mostra il suo vero volto, il suo vero valore. In questo l'attore è un artista, in quanto produce su se stesso una specie di ready-made e come all'interno di un museo, cattura lo sguardo dello spettatore simile a quello del visitatore che contempla un'opera d'arte.
Sotto la lente d'ingrandimento, l'attore ci riporta alla mente il legame strettissimo che esite fra il teatro e la vita che come Artaud nel Teatro della Crudeltà, come Grotowski con il Teatro povero e ancora prima con i lumi delle avanguardie russe, ci induce a riflettere su come oggi possa avere ancora senso praticare un'arte come il teatro in quei pochissimi ritagli di tempo usciti dalle maglie strettissime della nostra interminabile fretta. Il teatro che è per eccellenza l'arte del farsi male, perché se da una parte continuiamo ad illuderci che l'attore incarni il modello di felicità, dall'altra siamo consapevoli del disumano e logorante esercizio che l'attore compie per apparire, del come se fosse senza mai esserlo, del prolungare lo stato di artificio e dello sforzo immane che esercita per compiere azioni per risultare credibile anche se i personaggi mentono, senza poi prendere in considerazione le infinite avversità che l'attore deve affrontare per collocarsi nel circuito del lavoro spesso anche senza ricompensi economici.
L’attore è un'icona e spesso, per esserlo, paga il prezzo più caro tanto che sempre più scelgono di esserlo come un cliché, come fosse un lusso, come un vezzo bizzarro per apparire agli occhi degli altri, di chi può permetterselo; colui che sceglie di essere attore sceglie di portare addosso il fardello della scelta estrema, di colui che sceglie sulla propria pelle di segnarsi per sempre il proprio destino e, come l'automa, l'attore non ha altra destinazione che quella di essere un illusionista, perennemente messo a confronto con l'uomo che è il suo interlocutore principale e poco importa se lo fa in nome di una qualsiasi e anonima teatroterapia: basta che sia sempre pronto a giocare con chi ha bisogno di farsi di nuovo ingannare, perchè l'attore è il dilemma delle apparenze e dell'essere e se oggi più che mai ci domandiamo se il teatro possa ancora avere una possibilià di salvezza, nessuno ancora ha trovato il suo degno sostituto (a parte l'esperimento della Supermarionetta di E.Graig) l'attore rimane per l'uomo il suo doppio perfetto, sempre pronto a salire sul palco e a partecipare al gioco teatrale.
