di Ebtehal Badawi Ali

"Nessuno nasce odiando qualcun altro per il colore della pelle, il suo ambiente sociale o la sua religione, le persone imparano ad odiare, e se possono imparare ad odiare possono anche imparare ad amare, perché l'amore, per il cuore umano, è più naturale dell'odio" (Nelson Mandela). La paura dell’Islam o dei musulmani è in crescita e questo genera grande confusione: chi sostiene la legittimità di tale paura, chi la propaganda o la manipola, chi la nega ritenendola pericolosa e dannosa non solo per i musulmani o per il mondo islamico, ma anche per la globalizzazione, la multiculturalità e in linea di massima per tutto lo scenario mondiale. Una confusione che alimenta la nostra ignoranza, che incoraggia la nostra avversità nei confronti dell’altro, che amplia il campo degli stereotipi e conforta il pregiudizio.
Il clandestino, l’immigrato, lo straniero, il musulmano, l’islamico o l'islamista diventano sinonimi e il termometro delle fobie comincia a segnalare un’alta temperatura, a cui dobbiamo trovare una medicina. Parlare di Islam è molto difficile, come è difficile ogni ricerca basata su uno studio della realtà. Una realtà che ha molti specchi e contro specchi, una realtà non sovraccaricata di allusioni e illusioni. Una pluralità all'interno della quale non si possono non contraddistinguere le differenze presenti all'interno dello stesso insieme. Così come spiega Stefano Allievi nel suo libro “Musulmani d'Occidente”. “Possiamo, anzi dobbiamo - per fedeltà dell'oggetto di studio, non per una cieca sudditanza al metodo prescelto – constatare una pluralità ineliminabile, tale da consentire l'individuazione di caratteri peculiari, anche all'interno di ciascuno degli universali citati: ci sono insomma molte facce diverse della medesima realtà. L'elaborazione teologica e l'auto percezione islamica quasi sempre rifiuta l'enunciato della presenza di diversi Islam: per esse l'islam è uno solo. Non è però solo la teologia musulmana a insistere sull'unicità dell'islam. Sorprendentemente, a prima vista, questo è anche il modo di ragionare dell'occidentale medio non musulmano (e anche “Medio - alto”). E qui il problema interpretativo si fa serio. Siamo noi, spesso, ad adottare quel tipico procedimento essenzialista che consiste nel definire una cultura, una religione (nel caso dell'islam, l'una e l'altra), per poi dedurne a cascata come sono fatti i suoi membri, nel nostro caso i musulmani, perdendo così la capacità di distinguere e in definitiva, di conoscere e ri-conoscere davvero: la pluralità interna, innanzitutto. Fa comodo, del resto, questo modo di procedere e quest'immagine ingannevole “monolitica” (allo studioso, al giornalista e anche al politico). Possiamo dunque aggiungere che l'islam prodotto da una certa proiezione fantasmatica occidentale, che lo vede come universo monolitico e inquietante, in quanto tale non esiste”.
Esiste però l'incubo di tale prodotto come incubo dell'Occidente, che socialmente si esprime nella paura derivante da esso. Una concezione islamofoba, rivolta a demonizzare il nemico, a togliergli umanità tramite denominazioni come: barbaro, incivilizzato, arretrato, indigeno e fanatico, o in casi estremi figli di Allah.
Per contro l'Oriente non reagisce tanto meglio: utilizza i prodotti occidentali, si conforma in certi casi ad uno stile di vita occidentale; vive in occidente, ma ripudia l'arroganza occidentale nell'osservare il mondo, solo tramite questi occhiali. Non scorda la colonizzazione e non scorda che un tempo regnò sovrano (durante l'impero ottomano) e perciò a sua volta pretende una rivincita e si pone in posizione antagonista.
Ho cercato di estremizzare entrambe le posizioni per spiegare il cosiddetto “The Clash df Civilisation” che in parte condivido in quanto osservo la paura del diverso, catalogato come tale in base alle sue diverse abitudini, diverso abbigliamento, diverso modo di pregare o diverso modo di mangiare.
Dall'altro lato ritengo tale concetto limitante, in quanto alla base pone un limite culturale, un'assenza di dialogo dal quale non esiste via d'uscita (in poche parole: noi e loro non andiamo d'accordo perché loro sono troppo diversi da noi!). Inoltre trovo sterile partire dal preconcetto di scontro e non d'incontro. D'altronde sono più le cose che ci accomunano di quelle che ci differenziano. Ma qualcuno forse vuole farci credere diversamente?
Così nel suo saggio “The Clash of Civilisations and the remarking of world order”, scrive Samuel Huntington: La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologia né economica. Le grandi divisioni dell'umanità e la fonte di conflitto principale saranno legata alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro.
Con questo vorrei sostenere che i comportamenti a sfavore di un gruppo sociale in particolare, all'interno di una collettività, sono soprattutto reazioni a tante idee veicolate dall'alto.
E se c’è una tendenza sociale, allora ci deve essere una spiegazione sociale. Questo ci insegna Emile Durkheim. Seguendo le sue parole tento la spiegazione della tendenza collettiva a creare stereotipi e avere pregiudizi, che non sempre risultano negativi, ma che rafforzati da altri poteri (come il potere politico e quello mediatico) possono creare una vera e propria Cultura della Paura. Il tema dell’Islamofobia è molto complesso e articolato. La mia volontà di affrontare il tema nasce dal mio timore delle parole che inglobano il termine “fobia”, soprattutto quando questa fobia è accostata ad un modo di essere, di vivere o di percepire la realtà. Giudeofobia, Cristianofobia, Islamofobia, Omofobia, Eurofobia, Arabofobia, e tanti altri ancora. Viviamo in una società dove c’è ancora bisogno di avere paura?
Nell’era della globalizzazione, in una società post-contemporanea, dove si parla spesso di multiculturalità e dove quotidianamente mangiamo un kebab o andiamo al Sushi Wok, fumiamo il narghilè e guardiamo i film di Bollywood, andiamo al corso di danza del ventre e compriamo la pizza fatta dall’Egiziano sotto casa. Per non parlare di tutti i figli di immigrati, le cosiddette seconde generazioni, che mescolandosi così bene all’interno della società neanche ci accorgiamo delle loro differenze. Un segnale che ci conferma la possibilità dell’incontro piuttosto che dello scontro fra civiltà, la possibilità del dialogo piuttosto che dell’indifferenza, la possibilità della convivenza piuttosto che della tolleranza fasulla in termini di buon vivere.
Concludo usando le parole di Ryszard Kapuscinski: Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro un muro o stabilire un dialogo. L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare le corda dell’umanità.
