LA SPEZIA. Occorreva una magia particolare per chiudere, in bellezza, questa 57esima edizione del Festival Jazz di Spezia. E non era affatto semplice, vista l’ouverture, con quel genio di Marcus Miller e gli artisti (il trio Peréz, Patitucci, Cruz; i Jethro Tull; John Scofield’s e Incognito) che hanno impreziosito le serate successive. Ci vorrebbe una cosa leggendaria del passato, un passato che non tramonterà mai, avrà pensato lo staff della Direzione Artistica del Festival ligure, ma non con accenti nostalgici; rivisitata, sì, ma in una chiave che nessuno si aspetta, in modo che il cerchio di questa edizione si chiuda perfettamente. È andata proprio così, ieri sera, con il concerto che ha messo il sigillo sull’evento e che è stato assegnato a Stewart Copeland, sì, il batterista dei Police, lui, in carne e ossa, non a un suo clone, che con l’Ensemble Symphony Orchestra diretta Attila Simon ha meravigliosamente riproposto alcuni brani che all’epoca sfuggirono alle nostre umane e mortali percezioni e che solo a distanza di oltre quarant’anni, oggi, possiamo incredibilmente dire noi c’eravamo. Sì, c’eravamo, eravamo giovani e avemmo la fortuna di venir, involontariamente e senza alcun merito, inondati da una stagione musicale irripetibile, quando Sting (al basso), Andy Summers (alla chitarra) e Stewart Copeland (alla batteria), scrissero, incisero e poi presentarono a tutto il Mondo Every Breath You Take, Walking On The Moon, Roxanne, Message In A Bottle, Don’t Stand So Close To Me e, bis al limite della commozione, Every Little Thing She Does Is Magic. E chi le ha cantate? Tutto il pubblico, naturalmente, che ha debitamente occupato ogni seggiolina di piazza Europa, pagante e non pagato, in compagnia di chi, per questo ufficio, è stato specificatamente assoldato, un trio femminile di colore, che si è perfettamente incastonato tra le arie operistiche degli archi e dei fiati orchestrali a stretto contatto fisico con Nicola Faso Fasani al basso (sì, quello di Elio e le storie tese), un elegantissimo (completo verde) Gianni Rojatti alla chitarra (l’eleganza dipende dal fatto che è anche un giornalista, naturalmente) e Vittorio Cosma (sì, quello di Elio e le storie tese) alle tastiere. E alla batteria? Lui, Stewart Copeland, il padre fondatore dei Police, l’americano trasferitosi, giovinetto, nel Regno Unito e che la settimana precedente questo meraviglioso epilogo spezzino, ha compiuto settantatré anni. C’è da crederci, sull’età, perché è scritto su tutti i documenti musicali; nella realtà, si stenta a pensare che quel giovanotto che salta e balla, dettando i tempi sulla batteria con una potenza e una precisione chirurgici, possa essere già un anziano che potrebbe preferire ascoltarsi della buona musica in una baita esclusiva al fuoco di un camino preparatogli da altri. C’eravamo allora, a sognare l’esistenza di un altro mondo, seppur inconsapevolmente, quando quella generazione di rockettari partorì quelle meraviglie e c’eravamo ieri sera, ormai logorati dalle interminabili attese e arresi all’inesorabilità delle disillusioni, grazie alla cortese e diffusa accoglienza della manifestazione. Una serata meravigliosa, iniziata con la disordinata affluenza degli spettatori, per la maggior parte forestieri, che hanno preso benevolmente d’assalto i vari locali nelle immediate vicinanze di Piazza Europa, chiedendo, puntualmente, ai gestori, prima di accomodarsi, se avrebbero potuto tranquillamente mangiare entro le 21, 21,15, non più tardi. Certo che sì, è stata la risposta unanime dei titolari degli esercizi commerciali, che hanno capito, condiviso e facilitato le emozioni dei viandanti, a Spezia per vedere da vicino uno degli Eroi delle loro distratte giovinezze. Accanto al nostro tavolino, disposto sotto il porticato di via Vittorio Veneto, due bravi, bravissimi ragazzi della Garfagnana, Alessandro e Alessandro, puliti dentro e fuori, ai quali, per riconoscenza umana e generazionale, abbiamo offerto il caffè: sono due ragazzi che fanno lavori pesanti, crudeli, faticosi, eroici, proprio come la batteria di Stewart Copeland, che li aiuta a resistere e a continuare a sognare.
