di Luigi Scardigli

PISTOIA. Anche trentasette anni fa, la prima volta del Festival Blues a Pistoia (allora si chiamava Blues’In), si chiuse il 15 luglio, proprio come questa 38esima edizione. La differenza cronologica (quelle artistiche sono impronunciabili; dunque, non le scriviamo) risiede nel fatto che allora, il 15 luglio, cadde di domenica; ieri invece, l’arrivederci alla prossima, è stato un sabato, il sabato del villaggio, il Villaggio del Blues, un Villaggio meraviglioso, nel quale noi abitiamo da sempre e dal quale non abbiamo alcuna intenzione, men che mai voglia, di traslocare. Senza questo Festival, però, questa città varrebbe meno, molto meno, e non ha tanto da regalare, nonostante l’insolita e impalpabile nomina a Capitale della Cultura di questo 2017. Allora difendiamola, questa manifestazione, con i denti, perché è veramente un anello che ci tiene legati, saldamente, all’Universo musicale, che ci (ri)congiunge con il Mondo, quello vero, senza confini, senza barriere, senza pregiudizi, quello del Blues.

Perché il Blues non è solo una parte della Musica, ma è una filosofia tantrica, che ti massaggia, ti avvolge, ti coccola: spesso fa sorridere, altre, piangere; sempre, pensare. E anche ieri sera, nell’ultima serata della 38esima Volta, una serata gratuita, per i residenti di Pistoia e provincia (che avranno sicuramente preferito Tiziano Ferro a Firenze, o il Summer Festival di Lucca o la Versilia della noche, che è sempre la stessa e non si muove), sul palco, dedicato all’indimenticabile armonica di James Cotton, si sono susseguiti, confusi, abbracciati, contaminati, un sacco di musicisti; ognuno con la propria storia e ognuno con la bussola in tasca con la prua orientata verso i propri lidi.

Poco dopo la mezzanotte, dopo che la Piazza si era emozionata e aveva applaudito, nell’ordine, Fabio Treves e Charlie Musselwhite, Danny Bronzini (versione Borrkia) e Mimmo Mollica, per un quarto d’ora abbondante, sul palco, hanno convissuto quattro anime indigene del Blues: il padrone di casa, Nick Becattini, Riccardo Onori (da tre lustri chitarrista di Jovanotti), Leonardo Ricotti, la sei corde di Prato e Sergio Montaleni, anche lui un’ormai vecchia leggenda strumentale di Pistoia, quadrumvirato al quale, sul finire, si è aggiunta la voce - e la chitarra -, rockabilly e presleyana, di Steven Tadros, penultimo ospite prima della chiusura affidata alla reincarnazione di Janis Joplin, che ha preso le sembianze di Arianna Antinori. Poco più indietro, a seguire tutti, Daniele Nesi, al basso, coperto, alla sua sinistra, dall’organo di Yuri Chechi e dal piano di Francesco Nisi; alla batteria Clide Magrini, uno dei tanti batteristi battezzati da questa città e da quella meravigliosa azienda artigianale che si chiama Ufip. Sì perché ieri sera, per l’arrivederci alla prossima edizione, si è voluto tornare alle origini, al Blues ed è stato insindacabile come questo genere, oltre che non essere ancora morto, ha ancora moltissime cose da dire, anche di quelle già dette e ripetute chissà quante volte, in questi trentasette anni, ma che è opportuno ripetere, qualche volta, per non dimenticare, come si dice in politichese. Ma per sortire l’effetto magico desiderato e unico, è necessario ricreare quell’atmosfera, quella delle prime edizioni: tre giorni, fullimmersion, con tanto di mercatino in centro e possibilità di pernottamento in siti che la città deve necessariamente trovare e rendere agibili, ma non come se fosse un’emergenza rinnovabile ad ogni luglio, non come se il popolo del Blues fosse confuso con quello di anomali migranti, ma un appuntamento da desiderare per consumarlo con tutta la frenesia possibile e immaginabile, un pregio della città, una chicca, come si dice, un fiore all’occhiello per le Amministrazioni che hanno avuto la fortuna di conviverci e con quelle che verranno e che ne vorranno fare quacosa di ancor più bello. Bisogna lavorare, lavorarci sodo su un progetto che ha bisogno di rileggere il passato per poter guardare, con la stessa longevità, al futuro. Le condizioni ci sono tutte; a cominciare dalle clinics, che sono i corsi che i vecchi santoni della città impartiscono ai loro successori e che proprio ieri sera, nella notte dell'arrivederci, ne è stata data una meravigliosa dimostrazione, con alcuni saggi dei bluesman e delle bluesgirls che verranno.

Perché in giro per il Mondo ci sono una miriade di armoniche che somigliano maledettamente quelle di Fabio Treves e Charlie Musselwhite, per non parlare di chitarre, batterie, bassi, organi Hammond, strumenti a fiato e aggiungete voi tutto l’armamentario che vorreste veder vibrare in piazza e che si ispirano a tutti quei musicisti che in piazza del Duomo, dal 1980 in poi, almeno una volta, hanno voluto esserci, su quel palco che sarà meglio abbassare di cinquanta centimetri, soprattutto per non creare nei fotografi meno slanciati un velato senso di impotenza. Certo, parecchi dei mostri sacri non sono più contattabili: molti sono morti, altri sono in prossimità di farlo. Ma il Blues ha lasciato le radici in giro per il Mondo e in ogni angolo c’è sempre qualcuno pronto a coltivarle, impreziosirle. La concorrenza limitrofa e contemporanea è spietata? Meglio, siamo in tanti e non possiamo rincorrere i gusti delle generazioni che si susseguono, ma a questo Blues siamo in molti a non voler rinunciare, a iniziare da quel nugolo di strumentisti che proprio abbagliati da B.B. King e Muddy Waters, poco meno di quaranta anni fa iniziarono a imbracciare una chitarra non per passatempo, ma per lavoro e come loro ci sono ancora un sacco di ascoltatori, spettatori, amanti, che quella musica non vogliono ascoltarla sui pc via internet, ma vogliono gustarla dal vivo, nella loro piazza, quella che è diventata famosa in tutto il Mondo proprio da quel 13, 14 e 15 luglio, 1980. Perché nel Mondo c’è ancora un sacco di gente alla quale piace ‘o blues e almeno una volta all’anno a da sentillo sunà.

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