di Alagia Scardigli

FIRENZE. Nell’ippodromo del Visarno, quest’estate, a Firenze, sono passati diversi artisti, tra cui, il 1° luglio, i Chemical Brothers, il duo elettronico nato dall’incontro tra dei ragazzi inglesi nella facoltà di storia. Nella serata di sabato scorso, però, i due hanno deciso di non premere semplicemente play sui loro pezzi storici (Galvanize, Out of control, Let forever be…), quelli per cui tutti li conosciamo, ma di intrattenerci con un loro dj set. Scelta coraggiosa, perché sarebbe stato più facile ottenere applausi con le tracce che tutti conosciamo a memoria. E se così avessero fatto, tutto il focus si sarebbe focalizzato su di loro. Quello che invece è successo sabato è stato un fenomeno che già avevo notato al concerto dei Prodigy, al Lucca Summer Festival, anni fa: l’attenzione, in questi casi, non è sull’artista sul palco, ma su noi stessi. Sarebbe sbagliato dire che è finita l’epoca in cui alla gente piace la musica suonata con gli strumenti, perché io domenica 25 giugno ero nello stesso ippodromo a vedere i System of a Down, e percepivo un enorme entusiasmo da parte del vastissimo pubblico per una band che suonava e cantava, e tutta l’attenzione era posta nei confronti degli artisti, uno ad uno e nel loro insieme contemporaneamente.
Al concerto del primo luglio, invece, l’atmosfera era diversa: gli occhi non erano puntati verso il palco, le spalle potevano anche essere rivolte verso i Chemical, perché l’obiettivo non era quello di andare a vedere il gruppo, ma quello di andare a ballare il gruppo. Non c’era il pubblico per l’artista, c’era gente che voleva ballare e divertirsi. E credo sia proprio questo ciò che separa sostenitori della musica suonata con gli strumenti da sostenitori della musica elettronica. L’obiettivo è sempre divertirsi ed esprimersi, ma il modo per arrivarci è totalmente diverso. Perché nella musica suonata alla classica maniera il riflettore è, in senso metaforico e letterale, rivolto sul chitarrista, sul batterista, sul cantante, sul bassista, sul coro… sui membri della band o, comunque, su chi si trova sul palco. Nella musica digitalizzata, anche le luci non puntano sulla direzione del palco, ma verso di noi: i protagonisti vogliamo essere noi. Sui megaschermi non ci sono le facce di chi è sul palco ma immagini intrippanti e caleidoscopiche. La musica non contiene parole: il messaggio non deve essere univoco, ma opinabile, interpretabile, anche fraintendibile. Forse questo nuovo modo di vivere la musica è emblematico, è segno dei nostri tempi. Forse il primo luglio non erano soltanto i Chemical Brothers ad esprimersi, ma anche noi. Ma noi cosa esprimevamo? Se ancora resiste la fetta degli amanti della musica suonata in maniera tradizionale (e ne è dimostrazione il numero di ingressi ai concerti degli Aerosmith, di Eddie Vedder, dei System of a Down, giusto per fare un esempio sempre nella stessa città), c’è anche chi non aspetta più ore e ore vicino alle transenne per essere in prima fila, c’è chi non vuole più prendere il plettro o la bacchetta, c’è chi non aspetta che il concerto finisca per beccare il gruppo dietro il palco, c’è chi non indossa più la maglia con il logo della band. In poche parole: c’è chi non idolatra più gli artisti, c’è chi non va più a pagare e fare la fila per ammirare delle persone, ma c’è chi usufruisce dell’arte altrui per divertirsi. Ne è prova il fatto che i Chemical Brothers siano arrivati sul palco senza nemmeno presentarsi; ne è prova il fatto che, ad esempio, i Daft Punk non abbiano nemmeno bisogno del volto scoperto per piacere. L’attenzione è su di noi e sulle eventuali sostanze che ci portano in altre dimensioni, ma le persone, nel senso fisico del termine, non esistono più. La musica è depersonalizzata (almeno in apparenza, perché poi un dj bravo fa differenza da un dj non bravo) ma perché è il pubblico ad essere strapersonalizzato: noi andiamo al concerto per noi stessi, non per chi c’è lì a suonare/cantare/remixare. La performance la facciamo noi, sotto al palco, ballando, bevendo, divertendoci o semplicemente facendoci gli affari nostri. E questo non perché vogliamo un pubblico (ho notato più gente che si immortala in selfie vicino ai monumenti che al concerto dei Chemical Brothers) ma perché è diversa la fruizione della musica. La musica tradizionale (jazz, blues o metal che sia) fa sprigionare all’artista quel che ha dentro, nella musica techno siamo noi, fruitori, a sprigionare quel che abbiamo dentro. Ma cosa sprigioniamo? Qui sta la nostra parte.
