di Virginia Longo

LECCE. “Non sono qui per promuovere un disco o per pubblicizzare chissà cosa. Le radio poi non passano le mie canzoni e quindi non mi posso definire una cantante radiofonica. Di conseguenza voi siete proprio antimoda e io vi sono grata per essere ancora qui, a darmi ancora energia. Rischiavamo il colpo di sonno con un progetto simile e invece ci abbiamo creduto tutti”. Si rivolge così Carmen Consoli al pubblico leccese del teatro Politeama Greco, pubblico che in una mite e ventosa sera di fine marzo ha riempito i palchi e la platea del settecentesco teatro. Eco di sirene è stato battezzato il progetto che ha portato la Consoli da fine febbraio in tutti i teatri italiani, ed è qualcosa di magico, mitologico, che studia e analizza tante personalità femminili. La voce di Carmen è ancora potente, come potenti sono le sue liriche, i suoi versi. Dimostra ancora una volta di essere la Cantantessa e nessun artista sanremese, della scuderia di Xfactor o Amici si è avvicinato al fascino del suo modo di cantare, alla profondità dei suoi testi che parlano al cuore.
È diventata bellissima Carmen, il vestito nero lungo di voile, gli stivaletti col tacco, i capelli raccolti. Sembrano lontanissimi i tempi di Confusa e felice o di In bianco e nero, quando si mostrava sul palco di Sanremo con i capelli cortissimi e i pantaloni di pelle. Adesso invece si mostra consapevole della sua identità di donna e mamma e per Eco di Sirene ha stretto un patto speciale con altre tre sirene, “di acqua salata ma dall’anima caramellata”, come le ha definite lei. Ad aprire la serata è arrivata la prima sirena, una giovane autrice folk, Gabriella Lucia Grasso: capello corto e look alla maschietta. Dopo una ventina di minuti di piacevole pop/rock in lingua sicula, è arrivata lei, la catanese etnea, accompagnata dalle sirene Emilia Belfiore al violino e Claudia della Gatta al violoncello. La scenografia apparentemente scarna era tutta un gioco di colori e luci, che disegnavano sullo sfondo un semicerchio striato, che ricordava una conchiglia, il luogo in cui si nascondono le sirene. A seconda della canzone si assisteva a una diversa modulazione delle luci riflesse sullo sfondo e sul palco, dal lilla violetto iniziale fino ad arrivare a tonalità più calde dell’oro e del rosa, quasi a dipingere prima un’alba, poi un tramonto, poi di nuovo le onde del mare. Rimanere indifferenti all’atmosfera surreale e sognante è praticamente impossibile. Diversamente dal tour elettrico L’abitudine di tornare di due anni fa, Carmen in Eco di sirene ha scelto canzoni vecchie e nuove, ballate e pezzi rock più graffianti, tutti sorretti dalla sua voce e dalle sue diverse chitarre. A descriverlo così sembrerebbe il solito concerto cantautoriale unplugged che concilia il sonno in una casuale notte di inizio primavera. E invece quando Carmen ti illude e ti accarezza con le note delle famose L’ultimo bacio e Narciso, poi ti dà una sferzata con Fiori d’arancio o le schitarrate ruggenti di Geisha. Certo, i momenti più carichi di pathos riguardano certi suoi brani come Perturbazione atlantica, Maria Catena (in cui parla di una donna crocifissa dalle malelingue e non ammessa alla Comunione dal prete) o Il sorriso di Atlantide (una bellissima metafora sugli amori finiti che utilizza un’iconografia struggente, tra l’ira di oceani in tempesta, fragranze estinte e tesori sommersi), canzoni mai estratte come singoli, ma che conoscono a memoria i fan più accaniti della Cantantessa. L’artista è molto più tranquilla durante la performance dal vivo, saluta Lecce subito dopo il primo brano, Sulle rive di Morfeo (emozionante ballata che ricorda gli ultimi momenti insieme di Romeo e Giulietta) e poi racconta tra una canzone e l’altra alcuni aneddoti della sua vita privata. Ricorda con affetto il padre scomparso e alcune sue battute mentre era al Bar Reggione con due g. È dedicata a lui Mandaci una cartolina. Dopo un’oretta e mezza Carmen esce di scena per rientrare con uno dei pezzi più coinvolgenti del suo album Confusa e Felice. Si chiama Blunotte e si commuove lei stessa mentre suona e canta. In scaletta non poteva mancare Contessa Miseria, altro caposaldo della sua discografia particolarmente amato dai fan e tratto da Mediamente isterica. La delicata Ottobre lascia poi il posto a Confusa e felice, uno dei suoi cavalli di battaglia degli anni '90. Per chi era adolescente, all'epoca, ricorderà quanto poco fu capita a Sanremo la canzone e quanto successo ebbe invece alla radio. Tutti quanti nell’estate 1997 eravamo in spiaggia a farle il verso con “sai benissimo che una goccia inonda il cielo”. Conclude la serata dopo quasi due ore e mezzo di live con Venere, testo in cui tutte le ragazze deluse e amareggiate da relazioni finite con uomini egocentrici e supponenti cantano in coro e si fanno una risata. Carmen risponde: “Il rock è l’unica cosa che mi hai lasciato”, prima di riprendere il ritornello accompagnata da un pubblico appassionato e ormai in delirio, che si è alzato dalla poltrona e balla divertito. Altro che colpo di sonno, Carmen! Venere era la giusta conclusione a una serata in cui forse il pubblico maschile si è sentito messo da parte. Forse chi non è affetto da sindrome premestruale ogni mese, chi non ha ormoni sballati, chi non è stato mai e poi mai illuso dall’amore effimero di un ragazzo che ti dice che sei la più bella un giorno, ti promette amore eterno e poi ti fa sprofondare nel profondo inferno (o, come in Fiori d’arancio, ti lascia sull’altare), chi non ama la mitologia classica non riesce ad entrare appieno nel favoloso mondo di Carmen. Insomma, chi non è una sirena, una donna che vive contraddizioni continue, non può subire il fascino di quest’Eco di sirene, non può comprendere il sentimento di sorellanza che Carmen instaura a ogni suo verso. Ammetto che su Sudest mi sono sciolta, dopo quasi due ore in cui sono riuscita a non cedere troppo, dall’alto del mio palchetto che sembrava una torretta con vista sul mare. Poi alla fine mi è ritornato alla mente quel faro sulla punta più ad est d’Italia, un pomeriggio d’inverno, dopo Otranto, accanto a un uomo che ho amato con tutta me stessa. E con Sudest ho rivolto l’ennesimo grazie a Carmen. Sono stata ferita, ma grazie a te continuerò ancora a credere in qualcosa di magico. Lei ha detto che la magia nella sua vita è arrivata con il figlioletto Carlo Giuseppe (a cui dedica Questa piccola magia). Chissà attraverso quali canali troverò la magia. Con l’amore? Con un figlio? Forse con un nuovo paio di scarpe o con una giornata di shopping con la mia migliore amica, cantando tutte le canzoni di Carmen e ridendo come una scema. A volte la magia della vita è anche questa. Grazie Carmen.
