Ellesse

PISTOIA. Il Diavolo c’è, non c’è dubbio: ha 84 anni, pare un sommelier sosia di Gino Bramieri e suona e canta come se il tempo, il suo tempo, almeno, si fosse fermato agli anni ’80, quando imperversava con i suoi Bluesbreakers, la formazione-palestra per il blues a cavallo tra gli esordi revival e quelli rock, dai Cream, in poi. A Pistoia, John Mayall, c’era già stato, prima di ieri sera al Teatro Manzoni, svariate volte, a qualche centinaio di metri più a est, in piazza del Duomo, per l’esattezza, partecipando a più edizioni del Blues’In. Non crediamo che le escursioni atmosferiche gli creino problemi: visto come dispensava autografi, nell’antisala del Teatro pistoiese prima del concerto, vendeva Cd, incassava banconote e distribuiva sguardi censori verso coloro che intendevano familiarizzare, tutto si sarebbe potuto profetizzare, meno che una débacle.

E infatti. Ad accompagnarlo, nelle insolite due ore invernali pistoiesi, due navigati collaboratori della scuola dei Bluesbreakers, due sessantenni di Chicago, rispettivamente della zona est e sud della città statunitense: il bassista Greg Rzab e il batterista Jay Davenport, due simpaticissime canaglie, abituate ad altri e più sontuosi anfiteatri, probabilmente, visto e considerato che ieri sera, a Pistoia, si sono divertiti parecchio a confondere le carte musicali in scaletta. Greg, poi, che scimmiotta anche fisicamente la divinità Jaco, si è preso alcune incomprensibili licenze ritmiche, accennando jazid in un contesto decisamente estraneo. Sul basso, comunque, il giovanotto ci sa stare eccome, soprattutto quando c’è da seguire la linea e il percorso, con il mostro sacro del Blues degli ultimi cinquant’anni, si conosce perfettamente. Parlarvi delle numerose rivisitazioni dell’ultra ottantenne britannico non ha senso: chi c’era, al Manzoni, sapeva perfettamente a cosa sarebbe andato incontro, durante la serata; per gli assenti, non abbiamo tempo, parole, ma nemmen sillabe. Ci preme invece sottolineare la forza di chi sale sul palco e si mette in gioco, dopo averlo fatto, ovunque e con chiunque, da più di mezzo secolo. Ad ascoltare e vedere John Mayall, ieri sera, avrebbero fatto bene a venire tutti quelli che si riempiono la bocca e le tasche, soprattutto, di sale di registrazione, dalle quali non si esce fino a quando il prodotto non è quello che vorremmo che uscisse, costi quel che costi, a suon di accorgimenti, duplicati, alchimie e sofismi telematici, incursioni elettroniche, che sono quelle che dal vivo non possono essere riprodotte. E dal vivo, con frequenze impressionanti, si esibiscono in pochi, infatti. Uno di questi si chiama John Mayall: è nato nel 1933, il 29 novembre e una volta diventato un punto di vitale riferimento per la scena blues anglosassone, è andato negli Stati Uniti, dove ha traghettato, oltre alla voglia di sperimentare, anche tutte le sonorità del vecchio continente. Potrebbe stare in panciolle, seduto su una sdraio al sole di Miami, a dispensare consigli e cocktail: invece sale sul palco, rimbalza, goffamente come una molla arrugginita e canta come sempre e suona, con la solita disinvoltura, l’armonica, la chitarra e le tastiere e l’organo Hammond. La folta chioma delle stagioni indimenticabili non c’è più; restano i ricordi, che non cadono, soprattutto quando si ripropongono, ancora, dopo averli raccontati per sessant’anni al pubblico di tutto il Mondo.

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