di Rebecca Scorcelletti
PORRETTA (BO). Soulandia esiste e ha i confini di un emiciclo, quello che ogni anno, a Porretta, si riempie e brulica di seguaci del soul. Il calore lo avvolge senza mai diventare afa, la pioggia lo sfiora senza bagnarlo e, immancabilmente, a ogni luglio - il prossimo saranno 30 -, vi si compie il miracolo della moltiplicazione. A Porretta gli alberi puntano più alti verso il cielo, in quelle sere, nella stessa direzione delle centinaia di dita alzate a sintonizzarsi e lo spazio sembra espandersi a ogni impulso che dalle casse toraciche dell'impianto rotola e vibra nelle nostre. La sensazione è quella di un rito collettivo, e se non fosse per l'abbraccio familiare e universale del piccolo anfiteatro, verrebbe da domandarsi se si è davvero degni di parteciparvi.
Personalmente avrei qualche dubbio su un paio di fotografi sguaiati e bellicosi. Collettivo è un concetto calzante per descrivere l'ultima serata del Porretta Soul Festival, andata in scena ieri sera, 24 luglio, al Rufus Thomas Park. Perché, allora, non sorvolare per una volta sui nomi di tutti gli artisti presenti? In fondo, mentre si alternano sul parco, ordinati, puntuali, meravigliosamente vestiti in abiti da concerto, e non con jeans e camicia del pomeriggio, pensi che forse non ne rammenterai il nome, ma il sudore, la gioia, il sound e quell'impalpabile rammarico a lasciare il palco troppo presto. Alla giovane Alessandra Lamboglia, che ha cantato un potente At Least quando ancora l'anfiteatro andava riempiendosi, auguro di voler cercare quello che gli artisti ospiti della ventinovesima edizione del Soul Festival hanno tutti dimostrato di avere, ovvero una naturale, passionale corrispondenza fra la musica fatta e ciò che si è; le auguro di avere sempre il tempo di soffermarsi ad ascoltare i colleghi, come ieri sera ogni singolo artista ha fatto: molti musicisti italiani sembrano considerarla una perdita di tempo. Non la pensa mai così il pubblico di Porretta, come ogni anno parte integrante del rito, recensione vivente di un festival che non ha bisogno di alcun ritocco, mi raccomando. Ed è certo che non la pensi così quel tipo incontrato all'entrata, quello che pare non manchi da 28 anni, ma che era vagamente emozionato anche ieri sera. Nel dubbio che fosse proprio lui, Graziano Uliani, gli ho chiesto sorridendo chi fosse. "Sono uno che dà una mano: sai, qui, ogni sera, ce n'è bisogno". Beh, Graziano, a parte l'inutile tocco di modestia, se dopo tanti anni il tuo rapporto col Soul e con gli artisti che lo esprimono è questo, per dirla con Paolo Conte, allora si trattava d'amore, e non sai quanto. Avanti così.
