Ellesse
LUCCA. Non crediamo di essere gli unici ad avere ancora oggi, a più di un anno dalla sua morte, grosse difficoltà ad arrendersi all’idea che Pino Daniele non ci sia più. E l’inconsolabile tristezza aumenta in modo esponenziale quando un motivo qualsiasi ce lo ricorda. Ieri sera poi, a Lucca, nella piazza dell’Anfiteatro, che ospita l’omonima rassegna jazz, Renzo Cresti, il direttore artistico, ha voluto affondare il dito nella piaga, organizzando una serata in suo tributo. Lo ha fatto affidando armi e ricordi al Gruppo Mediterraneo, formazione storica di illustre valore culturale fondata da Giulio D’Agnello, che Pino Daniele lo ricorda parecchio anche nella sua stazza fisica, per non parlare della capigliatura.
Rileggerlo, Pino Daniele, è opera improba: pochi, pochissimi, vantano il suo diaframma impostato in si bemolle; cantarlo è sforzo disumano. Anche accostandosi solo e soltanto a quelle produzioni flokloristiche, popolari. Anche senza inabissarsi nei meandri di una musicalità portentosa, insomma, che ha abbracciato anche all’interno di uno stesso album blues, rockblues, worldmusic e funky. Non a caso, la serata, anzi, il tardo pomeriggio - visto che il concerto si è aperto sulle luci dei primi accenni del tramonto ed è terminato prima che fosse notte -, è partito da E cerca e me capiì, proseguendo, di filata, con la struggente Quanno chiove, per poi passare a Nero a metà, e giù con altri indimenticabili motivi, come Donna Concetta, Notte, la denuncia preveggente di Chille è ‘nu buone guaglione, per poi risalire la china strumentale con I got the blues, Voglio di più, Bella ‘mbriana, Na tazzurella ‘e caffè, Napul’è e poi, dopo due brani della seconda stagione di Pino Daniele, Je so’ pazzo e Je sto vicino a te. Sul palco, con Giulio D’Agnello, anche i suoi strumentisti fidati: Antonello Solinas al basso e Dario Guarino alla batteria e un ospite, d’eccezione, ma non solo per l’occasione, Cris Pacini, uno dei migliori interpreti degli strumenti a fiato che ci siano, al momento, in circolazione, ma non solo nei paraggi delle nostre modeste abitazioni. Il pubblico, che ha affollato il semiciclo della platea della piazza destinata all’ascolto della rassegna (che si chiuderà stasera, con un’altra doppia esibizione: alle 19,30 e alle 22) ha seguito il concerto alternando il gusto dell’ascolto con la malinconia di indimenticabili ricordi, quelli indelebili segnati, nel tempo e nella storia, non solo musicale, da Pino Daniele. Certo, all’appello, ieri sera, sono mancati un sacco di brani che a nostro avviso non potevano e non possono non essere riproposti quando ci si accosta a quel monumento sacro: A me me piace ‘o blues, ad esempio, I say i’ sto ccà, Uè man, Un giorno che non va, Musica musica. Certo, ci vogliono altre corde vocali per poter vagamente somigliare all’originale. Come se si fosse avventurato nella rilettura di Io vivo come te, gemma del terzo album di Pino Daniele, Bella ‘mbriana, la raccolta della maturazione, un punto di non ritorno, con Wayne Shorter al sax. ieri, Cris Pacini, non sarebbe stato da meno del musicista dei Weather Report!
