di Nick Becattini
Un giorno lontano della mia prima gioventù, pieno di pensieri disperati, dovuti alla nostra drammatica situazione familiare, misi sul piatto un disco di Luther “Georgia Boy” Johnson. Luther era stato uno dei chitarristi di Muddy Waters e ora stava tentando la carriera solista, con tour europeo e conseguente Lp registrato in Francia, come usava all'epoca.
Ritmo ipnotico di basso, batteria e piano (il grande Sonny Thompson, già con Freddy King), armonica che imbastisce un riff fisso, insistente, voce profonda che canta di un amore paranoico nel ghetto che recita: Tell me that you love me, why you tell me wrong, take enough of him, put it all on me! When you get on down to the real nitty gritty, woman you just might as well forget it. Woman don't lie!
La chitarra scorre sulle corde alte in stile lowdown, tipico del sud. Il movimento che mi ha suscitato, dalle gambe in su, piano piano mi ha liberato dalla palude nella quale mi trovavo.
Ecco il Blues (finalmente mi resi conto): quel movimento ritmico, catartico, liberatorio, che dal corpo, alleato dell'anima, trascendeva la mia psiche piena di angoscia e paura, impantanata nel fango come una rana che guarda tutto da giù in su. Mi rendeva uomo libero, lucido, osservatore dei drammi umani con quel giusto distacco, capace di volare sulle torbide emozioni e paranoie indotte dal quotidiano dolore di esistere, nel quale, a volte, è troppo facile affogare come splendide vittime.
Ecco il Blues, traghettatore verso l'anima e la luce. Ecco, mi spiegavo l'alterazione della coscienza che raggiunsi qualche anno prima ad una festa in casa di amici, tutti ragazzetti coetanei, complice un bicchiere di vino mi dicevo. Invece no! Con la chitarra classica che avevo fra le mani cantando When the Saints go marchin' in insieme ai compagni, per la prima volta andai in trance musicale, cosa che poi mi sarebbe successa tante volte sul palco. Una trance potente in cui la percezione di spazio/tempo svanisce, le tue mani e la tua voce ondeggiano sicure, guidate, in un moto preciso e ineludibile, nel quale è l'anima che ha la barra del timone finalmente... tanto che una mia amichetta dopo un po' mi scosse e mi disse: “Ma stai bene”? Mai stato meglio, pensai!
Per la prima volta avevo capito: lo strumento non è la chitarra. La chitarra è un mezzo (anche se ovviamente sono un po' feticista per le sei corde) e la tecnica, che si studia tenacemente, è lo scavare la materia, come fa lo scultore, per non opporre limiti umani alla bellezza insita nell'ispirazione che viene dalle vibrazioni dell'Universo. Come diceva Motoaki Makino, mio maestro giapponese e allora chitarrista con Sugar Blue, il massimo della tecnica è riuscire a suonare sulla tastiera quello che si sente con l'orecchio (e con il cuore, mi permetto di aggiungere).
Rick Howard, batterista e amico col quale suonavo a Chicago nella band di Son Seals, vedendomi sempre scaldare le mani con le scale per una ventina di minuti prima di salire sul palco, mi disse: “Non devi scaldare le mani, ma l'anima”! Sì, capivo, ma.
Durante un “Blues fra amici”, gita a Chicago organizzata insieme alla mia ex-moglie, passammo una serata al Buddy Guy Legends. Carl Weatherby, mitico chitarrista già con Billy Branch, e il suo quartetto di colossi (nel senso fisico del termine) stavano suonando sul palco. L'anno prima Carl era venuto al Pistoia Blues e chiacchierando nel back-stage aveva scoperto di essere cugino di ennesimo grado della mia ex, anche lei originaria del Mississippi: ci furono grandi risate e pacche sulle spalle. Quindi immaginate il mio stupore quando al Legends mi sento apostrofare dal palco: “Ed ora invitiamo a suonare con noi Nick, il mio cugino italiano”.
Il forte imbarazzo dura un attimo, appena imbracciata la chitarra mi sento come avvolgere da una sensazione di calore fisico, groove e feeling mentre suoniamo. Ecco che le parole di Rick acquisivano un significato preciso!

La stessa cosa però mi è capitata nell'aia di casa, se così possiamo dire, sul palco del Pistoia Blues, dove ho già suonato una decina di volte. Quell'anno c'era Son Seals a suonare con la sua band. Quando arrivò ci salutammo calorosamente e nel rinverdire i ricordi dei tre anni passati a suonare insieme, mi chiese di suonare un pezzo con loro. “Più che volentieri” risposi, ma ero molto emozionato e titubante: eran già passati diversi anni da quando ero tornato in Italia, e la band era completamente diversa. Tanto che, nonostante la calda serata di luglio, avevo i brividi di freddo mentre aspettavo nel back-stage. A un tratto mi sentii investire da un'ondata di calore, e subito dopo fui chiamato sul palco da Son e tutto andò liscio come l'olio. Di episodi ne avrei a decine da raccontare ma il punto è sempre quello.
Negli anni ho avuto molti studenti di chitarra, privatamente e alle Pistoia Blues Clinics, seminari di Blues che organizziamo insieme a Daniele Nesi, collega e bassista di fiducia, in concomitanza del Festival. Alcuni di loro, appassionati di Blues, vogliono saperne di più. Mi fa piacere nominarne alcuni molto bravi come Alex Gonfiantini, Michele Beneforti, adesso alla Berkley di Boston e Danny Bronzini, ora turnista con Jovanotti. Con la loro curiosità e le loro domande ho imparato a riflettere su di me e sulla musica, tante cose che non credevo di sapere o di aver realizzato. Certo, le nozioni musicali: scale pentatoniche maggiori e minori, scale diatoniche, modi, divisioni ritmiche, duine, terzine, quartine, le tab con lettura dei valori di note e pause, arpeggi degli accordi, dominanti alterate, i brani di quel metodo o quell'altro, canta quello che suoni, sistema Caged e molto altro ancora. Tutte cose necessarie e dovute per conoscere la musica e il nostro difficilissimo strumento. Si studia tanto per dimenticare lo studio e finalmente suonare col cuore: quello è il lavoro giornaliero da fare da soli, con i dischi e con più maestri di strumento che ti seguono e indirizzano. Personalmente ne ho avuti pochi, ma grandissimi: Maurizio Ferretti, Tommaso Lama ai seminari di Siena e Motoaki a Chicago. Ma il maestro più importante rimane il palco e i grandi artisti con i quali condividerlo. Nel mio caso Giancarlo Crea (mio mentore in gioventù), Phil Guy, Albert King, Johnny Copeland, Son Seals, Peaches Staten, Ty Leblanc. Ciò insieme all'ascolto quotidiano della musica che ami per capire ed assimilarne il linguaggio e magari di quella che ami meno per capire meglio i tuoi limiti.
Ma la cosa vera da sapere è che lo strumento vero sei tu, la tua anima, le tue emozioni primarie, il tuo feeling: amore, gioia, dolore, rabbia, sesso, la tua capacità di sentire la pulsazione del groove, che nella divisione precisa del tempo o in quella swingata, ti fa sperimentare la sensazione di navigarci nel tempo e talvolta di poterne uscire per saggiare il non-tempo. Come un pesce che guizza fuori dal fluire del fiume che scorre, per sperimentare l'apparente immobilità dell'aria, nella luce pura.
Lo strumento, dicevo, sei tu, ma sicuramente il tuo ego, che vorrebbe tanto esserlo, è invece il tuo più temibile nemico. Ti impedisce meticolosamente di lasciarti andare al groove, ti suggerisce centinaia di note completamente inutili, ti plasma in comportamenti fasulli e impantanati nella paura e rigidità, invece che imperniati sul calore e sul movimento.
Quindi l'ego va conosciuto, analizzato e studiato molto bene per poterlo dribblare accuratamente: per essere finalmente libero e così godere insieme agli altri della musica. Quanto ne sono stato, e ne sono talvolta, vittima! Che animale potente che è. Ci attende sempre al varco. Ma l'esperienza e l'età aiutano, quindi via fuori a suonare appena si può, jam session, serate nei club, nei festival, concorsi, feste.
A questo proposito, nella mia esperienza di musicista non ho mai conosciuto una persona così umile e disponibile verso tutti come il re stesso del Blues: B.B.King. Il rispetto che B.B. ha sempre mostrato per la sua band e per il pubblico è un esempio per tutti. E B.B. di concerti ne ha fatti migliaia e migliaia, pace all'anima sua. Oppure come Lurrie Bell: mi ha sempre fatto star bene sentirlo e vederlo suonare e ha sempre avuto un gran suono pizzicando le corde col pollice della destra, anche con una chitarra da 100 dollari e ampli a transitor, magari prestati! Un vero artista Blues all'opera, talmente ispirato che a volte insegue la melodia su una corda sola pur di trovarla. Così, quando è rimasto vedovo con una bimba, da amico lo chiamai, facendogli le mie più sentite condoglianze, come sempre in questi casi un po' imbarazzato. Fu Lurrie che mi fece coraggio dicendo: “Che vuoi fare Nick, è Dio che fa il suo lavoro”! Mi ha steso! I grandi artisti son così! Oppure Buddy Scott con il quale abbiamo condiviso il palco del Rosa's di Tony Mangiullo così tante volte il lunedì sera per le jam. Buddy era un affabulatore nato, un vero story-teller! Quante notti siamo stati ad ascoltare le sue storie fantasiose vicino al tavolo da biliardo! Oppure Walter Wolfman Washington, con gli stessi musicisti nella band per 25 anni, e forse più: grande band leader, e che sound!!!
Già, la band. Se è vero che io, che imbraccio la chitarra, sono lo strumento, vero è che lui che imbraccia il basso o siede alla batteria o alle tastiere lo è altrettanto. E il sound e il feeling e il groove dipendono da noi. E qui in Italia ho trovato tanti compagni di palco con i quali ho condiviso rispetto ed emozioni musicali splendide. Enrico Cecconi, Mimmo Mollica, il fu Manlio Pepe, Peewee Durante, Dona Pellegrini e le Nickettes, Vince Vallicelli, Pippo Guarnera, i compagni della vecchia Model T Boogie, solo per nominare alcuni delle decine di musicisti con i quali ho avuto la gioia di suonare. Quindi posso suonare la mia chitarra bene da impazzire, ma se non trovo l'intesa con gli altri, che me ne faccio? E l'intesa la trovi attraverso il rispetto totale che trasmetti con gli occhi mentre suoni e condividendo il significato del testo con i membri della band. O vogliamo invece parlare di legni, corde, pickup, coni, valvole, saldature punto a punto, pedali boutique e tutte quelle belle cose così importanti ma così, passatemi il termine, futili?
Ho visto troppe volte giganti come Buddy Guy, Junior Wells, Lucky Peterson, Gatemouth Brown trasformare una serata qualunque in un evento con una parola, un'occhiata o con una nota del loro strumento.
Ricordo Buddy Guy al Legends in occasione del compleanno di Koko Taylor. Praticamente la serata era una parata di stelle del Blues che suonavano, ma noiosa fino all'angoscia. Finché non è salito Buddy, ha detto due parole su quando ha conosciuto Koko nello scantinato di Willie Dixon per le prime prove, notando la sua bravura e poi è sceso per andare a prendere la chitarra. Quando è risalito la band ha attaccato uno shuffle e Mr. Guy ha intonato una sola nota con la chitarra, siamo tutti schizzati in piedi urlando in preda a non so cosa.
Viva il Blues!
