di Sara Pagnini

FIRENZE. In scena il Balletto di Milano, con il suo Romeo e Giulietta (la prima rappresentazione risale 26 febbraio 2016), balletto in due atti, liberamente ispirato alla tragedia di William Shakespeare, coreografato da Federico Veratti. In platea, al Teatro Verdi di Firenze, molto prima dell’inizio della recita, abbiamo avuto una amabile conversazione con l’energico direttore artistico del Balletto di Milano, Carlo Pesta,  colto, generoso di spiegazioni e di suggerimenti verso i ballerini della compagnia, di cui tiene molto di conto; ha cambiato una presa (ovvero una posizione in aria, ballerino che solleva ballerina), ha corretto le braccia a un altro che nei tour en l’air si sbilanciava indietro (braccia in prima posizione troppo distanti dal busto), si preoccupa costantemente – così ci ha detto – che ogni singolo componente della compagnia (oltre quaranta persone tra ballerini e tecnici) sia sereno nel lavoro; d’altronde, essendo il Balletto di Milano tra le principali compagnie italiane di  danza, ambasciatore della danza italiana, ha portato in scena le proprie produzioni in ventidue paesi, rappresentando oltre cento spettacoli ogni anno. Abbiamo quindi assistito alle prove piazzamento, prove luci e lezione di riscaldamento completa, grandi salti inclusi; i ballerini della compagnia, tutti giovanissimi, proveniente da tutto il mondo, sono infaticabili, come, del resto, il loro direttore artistico; niente prova generale, non c’è tempo, si va in scena. Dietro il sipario, tra le quinte, regna un disordine ordinato, fatto di scarpette da punta di un delicato colore pesca perfettamente allineate per essere calzate subito, oppure cambiate di fretta nel corso dello spettacolo, di ultimi ritocchi al trucco, prove di passi, ricerca ossessiva della pece per scongiurare cadute. Ogni spettatore dovrebbe potere affacciarsi tra le quinte, per vedere quel meraviglioso brulichio di vita, prima di sedersi sulla propria comoda poltroncina rossa. Poi si alza il sipario. Non c’è forse balletto che possa contare un numero maggiori di realizzazioni di Romeo e Giulietta (l’ultimo che abbiamo recensito è quello coreografato da Jean-Christophe Maillot); una prima particolarità della versione del Balletto di Milano è la scelta della musica; non quella di Sergej Prokof’ev (universalmente nota), ma quella di Pëtr Il'ič Čajkovskijè, del tutto inusuale per un Romeo e Giulietta, frutto di un lungo lavoro di ricerca. La coreografia è densa di virtuosismi classici fusi con armonia con espressioni moderne che la compagnia, tecnicamente forte, riesce a sostenere. A tratti ci ha ricordato quella eccellente compagnia che è stata il Balletto di Toscana. Ci è piaciuta l’audacia di Mercuzio (Jack Farren), che colpito a morte da Teobaldo (Gianmarco Damiani), danza i suoi ultimi momenti di vita, facendo segno agli amici di non preoccuparsi, se la sarebbe cavata, e sbeffeggiando colui che lo aveva trafitto con il pugnale; ci è piaciuto l’intenso passo a due dei due amanti, danzato da due ballerini italiani (Annarita Maestri e Mattia Imperatore) che per essere così giovani hanno dimostrato una buona espressività. Lascia qualche perplessità il finale: Romeo e Giulietta, dopo l’epilogo tragicamente noto, si ritrovano in un altro spazio, in un altro mondo, si abbracciano, vengono verso il proscenio, guardano il pubblico, poi vi voltano e mano nella mano corrono via. Il messaggio è chiaro: l’amore sopravvive alla morte. Ma sì, per una volta crediamoci, magari è vero.

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